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La musica e gli strumenti della trance dionisiaca

Il testo delle Baccanti di Euripide ci fornisce una preziosa testimonianza dei riti bacchici. In particolare la parodo si conclude con una descrizione piuttosto circostanziata della musica che collaborava a provocare la trance:

Baccanti, andate,
con la ricchezza e il fasto
dell’oro che scorre nell’acque
che scendono dallo Tmolo,
al suono profondo dei timpani,
levate il canto di Dioniso,
evoé, date voce alla gioia
in onore del dio della gioia
coi gridi e gli appelli di Frigia,
quando il loto sonoro
freme sacro di note sacre
compagne giocose al passo
delle Menadi disfrenate
che corrono il monte

(trad. C. Diano)

Osserva Annie Belis (in Musica e mito nella Grecia antica, a cura di D. Restani, Bologna 1995):

“Canti e grida di donne, suoni gravi di tamburelli, arie frigie intonate con l’aulos, ritmi sfrenati: tali sono, secondo questo testo, gli elementi caratteristici del corteggio dionisiaco”.

E’ interessante notare l’affinità di questo tipo di musica con quella del culto di Cibele. Ne abbiamo una duplice testimonianza negli epigrammi dell’Antologia Palatina. La prima (AP 6, 51) è quella della vecchia Alessi, che offre alla Dea Madre “kymbala dal suono stridulo e acuto, stimoli del delirio,(…) e timpani sonori”; la seconda (AP 6, 94) è quella di Clistotene, che dedica a Rea “kymbala sonori dall’orlo concavo e doppi auloi dal suono fragoroso”.

Sono dunque voci, strumenti a fiato e soprattutto percussioni gli elementi sonori atti a provocare e accompagnare la trance nei rituali orgiastici.

“Le voci” - come osserva ancora A. Belis - “sono quelle delle donne, Baccanti o Menadi e, nel culto di Cibele, quelle dei castrati. Il loro punto in comune è dunque l’ appartenenza a registri acuti o molto acuti; ma è molto probabile che queste voci diventassero urla stridule (…): i termini greci boai o enopai o ololuzein non evocano un canto modulato e armonioso come quello dei citaredi o degli aulodi, ma strilli, grida acute”.

Lo strumento dionisiaco per eccellenza è l’aulos, l’unico strumento a fiato di cui parlino i testi e che è presente nelle rappresentazioni iconografiche. Si tratta di uno strumento a semplice o doppia ancia, che, sul piano della struttura, può essere accostato, tra gli strumenti moderni, all’oboe. Nei riti dionisiaci veniva utilizzato, più precisamente,l’aulos frigio, dotato di due tubi differenti: quello di destra diritto, quello di sinistra terminante con una parte ricurva. Rispetto all’aulos greco quello frigio produceva un suono dal timbro roco - dovuto proprio alla terminazione ricurva del tubo di sinistra - e un tono molto grave (i Greci lo definivano spesso barybromos o baryphthongos).

Tutti gli altri strumenti del rituale bacchico sono strumenti a percussione e costituiscono l’elemento preponderante della musica dionisiaca.

Il tympanon occupa tra essi il posto di maggior rilievo: “le donne lo tengono levato in alto, con la mano sinistra, nel momento culminante della trance” (cfr. Bacch. 58) “e lo percuotono con il palmo della mano destra appiattita”. Nella sua tragedia (v. 120 ss.) Euripide racconta che “questo cerchio rivestito di pelle” è stato inventato dai Coribanti, affinché, posto nelle mani della Madre Rea, accompagnasse le grida di esaltazione delle Menadi, mescolandosi al suono dell’aulos frigio. Quindi i satiri lo presero in prestito e ne fecero lo strumento delle danze bacchiche triennali che si svolgevano sul Citerone.

Il tympanon può presentarsi anche munito di campanelli metallici fissati sul telaio o anche di piccoli sonagli che percuotono la pelle quando lo strumento viene agitato.

Accanto al timpano troviamo i krotala, costituiti da due tavolette di legno rivestite probabilmente di metallo, atte a produrre rumori secchi, nonché i kymbala, di bronzo, accompagnamento indispensabile dell’aulos sia nei riti di Dioniso che in quelli di Cibele, che si suonavano con le due mani, tenendoli con un anello di ferro fissato al centro, e producevano suoni squillanti e acuti, in contrasto con quelli gravi dell’aulos frigio. Va infine ricordato il rhombos, formato da una tavoletta sottile d’osso o di legno, che, fatto roteare, produceva un sibilo prima grave, poi via via sempre più acuto, man mano che il movimento diventava più vorticoso.

“In questo inventario di strumenti dionisiaci” - conclude A. Belis - “bisogna mettere in rilievo due fatti salienti: in primo luogo il posto di scarso rilievo che vi occupano gli strumenti melodici: tra questi solo due, la voce umana e l’aulos frigio, sono adatti a produrre una linea melodica; tutti gli altri sono delle percussioni, il cui ruolo consiste nel far rumore (..) e nello scandire il ritmo. La seconda caratteristica di questa orchestra dionisiaca è che ignora la tessitura media: gli strumenti sono o molto acuti o molto gravi, in modo da formare un contesto sonoro dominato dagli estremi. Nella terminologia greca, che distingue tre spazi o regioni sonore, la regione mesoide è esclusa dalla musica dionisiaca: quella netoide, la più acuta, è rappresentata dalla voce delle donne e dei castrati, dai kymbala e dai krotala; la regione ipatoide, la più grave, è occupata dagli auloi frigi e dai tympana. In breve, vi è qui un’opposizione violenta. (…) L’effetto immediato di questa opposizione è di provocare nei partecipanti una tensione alla quale si aggiunge la frenesia dei ritmi scanditi dalle percussioni: la trance diventa più profonda, la danza si fa via via sempre più rapida”.