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La lettura nella scuola
prof. Paolo Cutolo
paolo.cutolo@istruzione.it
Docente di Materie letterarie e Latino, presso il Liceo Scientifico Statale «Tito Lucrezio Caro» di Napoli

Il numero odierno di Disciplinae contiene, fra gli altri, un saggio del prof. Angelo Porcaro su Canoni e storie della letteratura nell’età della globalizzazione. L’interesse per il tema del «canone» letterario aumenta parallelamente allo sfumare delle certezze che hanno accompagnato le precedenti generazioni di docenti sulle letture da proporre agli studenti, tanto in forma antologica, quanto in edizione integrale.

Riflettevo da tempo su questa tematica, avendo provato più volte un sentimento di pietà nel vedere giovinetti trascinare mestamente sulle spiagge ponderosi volumi dal titolo Mastro Don Gesualdo, La coscienza di Zeno, Il fu Mattia Pascal e simili, assegnati come «letture estive» dai docenti. Mi chiedevo: ma come potranno questi giovani interessarsi a tali letture così distanti dal loro mondo, privi come sono di strumenti interpretativi? Ero certo che ne avrebbero ricevuto un tale trauma da distoglierli per sempre dalla lettura dei libri.

Al sentimento, però, subentrava la ragione: ma se non leggeranno adesso questi «classici» non li leggeranno certamente quando saranno presi dalle attività professionali e dagli impegni familiari. E certe letture di «classici» vanno fatte, per condividere un minimo di riferimenti culturali con gli abitanti di questo Paese e di questo continente, insomma, per costruirsi un’identità nazionale ed europea.

Confesso di essere rimasto a lungo paralizzato da questo dilemma: si devono proporre agli studenti libri «utili» o libri «piacevoli»?

Non mi ha certamente aiutato nella scelta la ovvia considerazione che un libro può essere allo stesso tempo «utile» e «piacevole», dal momento che tanto la prima quanto la seconda sono categorie eminentemente soggettive.

La lettura di saggi recenti dedicati al problema del «canone» letterario non ha fatto che accrescere la mia frustrazione con la conoscenza di ulteriori problemi.

Una indicazione risolutiva mi è finalmente venuta da un articolo di Umberto Eco. Parlando dei rapporti tra informazione e cultura durante la consegna dei primi diplomi del Collegio di Milano, il semiologo cita il caso delle bibliografie su Internet e avverte: («la Repubblica» 08/10/06): «Non voglio richiamarvi all’uso della penna d’oca, ma ricordarvi che la formazione avviene solo attraverso un rapporto spiritualmente cannibalesco tra maestro e allievo. Un rapporto che può svolgersi solo in presenza e non nell’assenza, che è tipica dell’informazione virtuale. La cultura non è solo un accumulo di dati, ma il risultato del loro filtraggio. Della loro decimazione».

Ecco: «filtraggio», «decimazione» delle letture da parte del docente, che conferisce ai testi la sua personale expertise nell’atto di proporle allo studente. Si può dire che il testo viene «attivato» solo dall’esperienza che ne fa un lettore, quel lettore, producendo impressioni, emozioni, riflessioni causa ed effetto, contemporaneamente, di una determinata visione del mondo. Il docente trasmette al discente tramite i «suoi» libri una delle tante possibili visioni del mondo e lo fa sollecitandolo a passare attraverso quelle stesse impressioni, emozioni, riflessioni che ha attraversato lui durante la lettura di quel testo.

La sua visione del mondo non è certamente l’unica né la migliore, ma una scelta va comunque fatta, e quella che egli propone è una costruzione che si è operata, consapevolmente ed inconsapevolmente, nel tempo. Nell’atto della proposta di lettura il docente fornisce quindi allo studente un modello esistenziale se non finito, almeno piuttosto elaborato, con il quale il giovane si confronti per completarlo con il suo vissuto. La proposta netta, definita, individuale del docente potrebbe generare anche il rifiuto da parte del discente, ma in tal caso il giovane sarebbe indotto a chiarire a se stesso per opposizione un modello esistenziale alternativo coerente con il proprio vissuto. 







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