Il numero odierno di Disciplinae contiene, fra gli altri, un
saggio del prof. Angelo Porcaro su Canoni e storie della letteratura nell’età della globalizzazione. L’interesse per il tema del «canone» letterario
aumenta parallelamente allo sfumare delle certezze che hanno accompagnato le
precedenti generazioni di docenti sulle letture da proporre agli studenti,
tanto in forma antologica, quanto in edizione integrale.
Riflettevo da tempo
su questa tematica, avendo provato più volte un sentimento
di pietà nel vedere giovinetti trascinare mestamente sulle spiagge ponderosi
volumi dal titolo Mastro Don Gesualdo, La coscienza di Zeno,
Il fu Mattia Pascal e simili, assegnati come
«letture estive» dai docenti. Mi chiedevo: ma come potranno questi giovani
interessarsi a tali letture così distanti dal loro mondo, privi come sono di
strumenti interpretativi? Ero certo che ne avrebbero
ricevuto un tale trauma da distoglierli per sempre dalla lettura dei libri.
Al sentimento, però,
subentrava la ragione: ma se non leggeranno adesso questi «classici» non li
leggeranno certamente quando saranno presi dalle
attività professionali e dagli impegni familiari. E
certe letture di «classici» vanno fatte, per condividere un minimo di
riferimenti culturali con gli abitanti di questo Paese e di questo continente,
insomma, per costruirsi un’identità nazionale ed europea.
Confesso di essere
rimasto a lungo paralizzato da questo dilemma: si devono
proporre agli studenti libri «utili» o libri «piacevoli»?
Non mi ha certamente
aiutato nella scelta la ovvia considerazione che un
libro può essere allo stesso tempo «utile» e «piacevole», dal momento che tanto
la prima quanto la seconda sono categorie eminentemente soggettive.
La lettura di saggi
recenti dedicati al problema del «canone» letterario non ha fatto che
accrescere la mia frustrazione con la conoscenza di ulteriori
problemi.
Una indicazione risolutiva mi è finalmente
venuta da un articolo di Umberto Eco. Parlando dei rapporti tra informazione e
cultura durante la consegna dei primi diplomi del Collegio di
Milano, il semiologo cita il caso delle bibliografie
su Internet e avverte: («la Repubblica» 08/10/06): «Non voglio richiamarvi
all’uso della penna d’oca, ma ricordarvi che la formazione avviene solo
attraverso un rapporto spiritualmente cannibalesco tra maestro e allievo. Un rapporto che può svolgersi solo in presenza e non nell’assenza,
che è tipica dell’informazione virtuale. La cultura
non è solo un accumulo di dati, ma il risultato del loro filtraggio.
Della loro decimazione».
Ecco: «filtraggio», «decimazione» delle letture da parte del docente, che
conferisce ai testi la sua personale expertise nell’atto di proporle
allo studente. Si può dire che il testo viene «attivato» solo dall’esperienza che ne fa un lettore,
quel lettore, producendo impressioni, emozioni, riflessioni causa ed effetto,
contemporaneamente, di una determinata visione del mondo. Il docente trasmette
al discente tramite i «suoi» libri una delle tante possibili visioni del mondo
e lo fa sollecitandolo a passare attraverso quelle stesse
impressioni, emozioni, riflessioni che ha attraversato lui durante la lettura
di quel testo.
La sua visione del
mondo non è certamente l’unica né la migliore, ma una scelta va comunque fatta, e quella che egli propone è una costruzione
che si è operata, consapevolmente ed inconsapevolmente, nel tempo. Nell’atto
della proposta di lettura il docente fornisce quindi allo studente un modello
esistenziale se non finito, almeno piuttosto elaborato, con il quale il giovane
si confronti per completarlo con il suo vissuto. La
proposta netta, definita, individuale del docente potrebbe generare anche il
rifiuto da parte del discente, ma in tal caso il giovane sarebbe indotto a
chiarire a se stesso per opposizione un modello esistenziale alternativo
coerente con il proprio vissuto.