Dante “scienziato”
Di Paolo Cutolo
paolo.cutolo@istruzione.it
docente di materie letterarie e Latino
presso il Liceo Scientifico Statale
«Tito Lucrezio Caro» di Napoli

La cultura europea a fine ’200
Dante inizia i suoi studi in
un’epoca in cui la cultura universitaria e scolastica è
in piena fioritura grazie all’imponente lavoro culturale svolto dagli Ordini
mendicanti, Francescani e Domenicani.
Si era inoltre venuta affermando
una letteratura in volgare e laica, costituita, fra l’altro, da un filone
naturalistico, scientifico, realistico, rappresentato dalla seconda parte del Roman de la Rose,
composto proprio al tempo della fanciullezza di Dante, dall’esperienza
intellettuale e artistica di Cavalcanti, dai poeti comico-realistici.
Nel settore della cultura
filosofica e teologica, giungeva al culmine lo scontro fra il neo-agostinismo
della teologia francescana e l’ «aristotelismo
cristiano», nell’interpretazione compiuta dai teologi domenicani di Parigi, da
una parte, e l’ «aristotelismo eterodosso», ovvero laico, nell’interpretazione
di Averroè, insegnato dai maestri della facoltà delle arti parigina,
dall’altra. Prevalse il primo schieramento, che veniva dalla
posizione domenicana, e che imponeva la subordinazione della ragione alla fede.
Le proibizioni e le condanne, che portarono all’eliminazione fisica di Sigieri
di Brabante e all’imprigionamento di Ruggero Bacone, non riuscivano però a spegnere del
tutto l’animus
razionalistico-ateologico o gli albori dello sperimentalismo scientifico.
A Firenze operava un intellettuale
come Brunetto Latini, rientrato nel 1266 dall’esilio francese, che aveva già
composto il Trèsor, il Tesoretto e la Retorica, protagonista di un rinnovamento degli studi in senso
modernamente borghese e cittadino.
La
formazione scientifica di Dante
Il primo contatto di Dante con gli
studi avvenne in ambiente religioso, nel convento di Santa Croce, vicino alla
casa degli Alighieri, dotato di “scuole di fanciulli”.
Qui il poeta conobbe i grammatici latini, Virgilio, gli autori morali. Nella
sua formazione ebbero un’importanza notevole Brunetto Latini e Guido
Cavalcanti, che gli trasmisero forse anche precisi indirizzi scientifici e
filosofici di indirizzo averroistico.
In seguito alla morte prematura
della donna (1290), e probabilmente sollecitato anche da una profonda crisi
intellettuale e morale, Dante scelse di abbandonare per un certo periodo la
poesia per dedicarsi agli studi filosofici.
Frequentò allora le due principali
«università» fiorentine del tempo: lo studium
francescano di Santa Croce, specializzato nella lettura e nel commento di Agostino, dei padri della Chiesa e dei mistici (come
Bernardo di Chiaravalle, Bonaventura da Bagnoregio, Riccardo da San Vittore); e
quello domenicano di Santa Maria Novella, specializzato nello studio di
Aristotele attraverso i commenti dei teologi contemporanei Alberto Magno e
Tommaso d’Aquino. L’immersione nello studio della filosofia durò «trenta mesi»,
secondo la testimonianza del Convivio,
e fu preceduta da un breve soggiorno a Bologna, tra il 1286 e il 1287, durante
il quale Dante può aver avuto accesso al fiorente
centro universitario di quella città. Sebbene la sua cultura in gioventù fosse
prevalentemente retorico-religiosa, non gli mancarono nozioni di metafisica, di
fisica, di astronomia.
Al tempo della stesura del Convivio e del De vulgari eloquentia Dante ha raggiunto un livello di conoscenze
artistico-filosofiche non comune. Delle discipline del Quadrivio (che comprendeva le materie scientifiche: aritmetica,
geometria, astronomia (astrologia) e musica, mentre il Trivio comprendeva
la grammatica, la retorica e la dialettica, che
corrispondevano ai rudimenti della politica e degli studi
linguistico-filosofici; Quadrivio e Trivio costituivano l’insieme delle arti liberali oggetto di studio nelle scuole e negli studia)
sembra aver approfondito soprattutto l’astronomia. La sua cosmografia è di ascendenza aristotelico-tolemaica e si è formata,
direttamente o indirettamente, sull’Almagesto
e sul Quadripartito di Tolomeo,
sugli Elementa astronomica di
Alfragano, sugli scritti di Alabumasar, Avicenna, Averroè e, naturalmente, sui
commenti di Alberto Magno e Tommaso ai Metereologica
di Aristotele. Il Paradiso conferma la lettura dello Speculum historiale di Vincenzo di Beauveais.
Il genere letterario della Quaestio
La quaestio è, a partire
dalla metà del XII secolo, la struttura in cui di preferenza si articola la
trattazione dei più diversi problemi dottrinali (teologici, filosofici,
scientifici ecc.). Nella quaestio le risorse dell’antica dialettica e
della logica dimostrativa concorrono a determinare un impianto saldo e rigoroso
nel dibattito dottrinale, in cui gli argomenti più scottanti si sottopongono
così alla disciplina della ragione e alle leggi di un ordinato confronto di opinioni. Proprio per questa esigenza
di rigore formale e sostanziale la quaestio, come genere letterario,
tende ad assumere una struttura costante tanto nella disposizione generale
della materia quanto negli strumenti logici, nelle formule e nel lessico.
Il maestro che si sottoponeva al
cimento della questione ne fissava in anticipo
l’argomento: questo era di regola espresso nella forma di un dilemma o di un’alternativa
introdotta da utrum («se …
oppure»). Seguiva nel giorno stabilito la disputa vera e propria,
durante la quale gli uditori ponevano le obiezioni, a cui rispondeva il maestro
stesso o più di frequente il suo baccelliere, che in questa fase gli faceva da
portavoce.
Dante ricorda questa consuetudine
nel canto XXIV del Paradiso, quando,
giunto dinanzi a San Pietro, che dovrà esaminarlo sulla virtù cardinale della
fede, si immedesima
nel baccelliere che, ansioso, ripete mentalmente gli argomenti prima della
disputa (vv. 46-51):
Sì come il baccialier s’arma e non
parla
fin che ‘l
maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,
così m’armava io d’ogne ragione
mentre ch’ella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione.
La discussione, talvolta assai
animata, non seguiva un ordine determinato, ma si sviluppava secondo la casuale
successione degl’interventi e degli argomenti degli
obiettori: in questa prima forma incomposita e, per dir così, allo stato
nativo, la materia era ancora indeterminata e richiedeva la determinatio, cioè la formulazione
definitiva e ufficiale della dottrina da seguire, che il maestro avrebbe
esposto in una seduta successiva. In questa egli
raccoglieva, ordinava ed esprimeva in termini rigorosi le obiezioni che gli
erano state mosse; ad esse faceva seguire gli argomenti a favore della dottrina
che avrebbe sostenuto. Passava poi all’esposizione dottrinale della questione
dibattuta, diffondendosi nell’esposizione e nella dimostrazione della propria
tesi; infine riprendeva le obiezioni raccolte all’inizio e ordinatamente le
controbatteva. La struttura-tipo della determinatio
comporta che la dimostrazione della dottrina tenuta per vera preceda la
confutazione delle tesi ritenute erronee: quest’ordine, che Dante sintetizza
nella formula provando e riprovando (Paradiso III 3), è
rispettato nella Quaestio.
La Quaestio de Aqua et terra
Dante, avendo
assistito a Mantova ad un dibattito sul tema se la sfera dell’acqua fosse in
qualche parte più alta della terra emersa, convintosi che il problema fosse rimasto irrisolto, volle fornire la soluzione
definitiva del quesito, tenendo un’esposizione orale sull’argomento domenica 20
gennaio 1320 nel tempietto di sant’Elena a Verona, durante un occasionale
passaggio alla corte di Cangrande della Scala, da dove il poeta s’era
allontanato già da due anni. Per evitare, poi, che le sue parole venissero distorte da avversari invidiosi e mal disposti, il
poeta scrisse di suo pugno quanto aveva pubblicamente illustrato: da qui il
testo della Questio de Aqua et terra, la cui paternità dantesca, messa
in dubbio per il passato, è ormai acquisita come certa.
Il problema affrontato in
quest’opera era assai discusso ai tempi di Dante: secondo la Bibbia, esisteva una divisione netta tra
la zona riservata alla terra e quella riservata
all’acqua (Genesi 1, 9), mentre Aristotele ipotizzava l’esistenza
intorno al centro della terra (per lui coincidente con il centro dell’universo)
delle sfere dei quattro elementi costituenti il mondo sublunare (terra, acqua,
aria e fuoco) concentriche, dal più pesante, più interno, la terra, al più
leggero, più esterno, il fuoco. La conseguenza della teoria aristotelica era
che la terra dovesse essere ricoperta interamente dall’acqua. Il problema che
forma l’oggetto della Quaestio nasce dalla necessità di conciliare con
alcune presunte certezze teoretiche relative alla struttura dell’universo, di origine aristotelica e biblica, gli aspetti della realtà
fisica, immediatamente verificabili, che appaiono contraddirle o almeno non
rispecchiarle direttamente. Nell’ambito della cosmologia medievale una tale
situazione di conflitto non pone generalmente in discussione il modello teorico
del mondo, ma induce a forzare i dati dell’esperienza, interpretandoli ingegnosamente
per tentare di armonizzarli con le astratte premesse dottrinali. È il principio
dell’auctoritas, che nega programmaticamente il momento sperimentale
dell’indagine scientifica.
Dante nella Questio
dimostra che la terra emersa è in ogni suo punto più alta
della sfera dell’acqua. La sua motivazione è che la necessità che vi sia nell’universo un
luogo nel quale sia possibile la mescolanza degli elementi, condizione
essenziale per la vita. Dante, quindi, individua la causa efficiente
dell’innalzamento della terra nell’influsso esercitato dalle stelle fisse, che sia attraggono a sé la terra come una calamita attira il
ferro, sia generano vapori che, trascinati in alto dalle stelle, premono nelle
viscere del globo sollevando la terra.
In Inferno XXXIV 121-126
Dante aveva dato una spiegazione diversa dell’emersione terrestre, fatta
avvenire dapprima nell’emisfero australe, da dove la terra alla caduta di
Lucifero si sarebbe spostata per paura di lui nell’emisfero boreale. Ma
l’avvertimento che la Quaestio dà al riguardo - di muoversi intra materiam naturalem (ovvero
nell’ambito della «fisica») - non esclude la possibilità di altre spiegazioni su piani differenti.
Una vibrante esortazione agli
uomini perché cessino di quaerere quae supra eos sunt, et quaerant usque quo
possunt («indagare le cose che sono sopra di loro e indaghino nei limiti
delle loro possibilità» (par. 77) ripete l’ammonimento rivolto da Virgilio a un Dante troppo avido di conoscenza nel Purgatorio:
«State contenti umana gente al quia
/ ché se potuto aveste veder tutto / mestier non era parturir Maria» (III
37-39) segna il passaggio all’ultima parte, dove le cinque tesi degli avversari
sono esaminate e respinte (parr. 79-86).
Bibliografia
Migliorini Fissi R.., Dante, Firenze, La Nuova Italia, 1979
Mineo N.,
Dante, in Letteratura italiana Laterza, V, Roma-Bari, Laterza, 1980
Pastore Stocchi M..,
Quaestio de Aqua et terra, in Enciclopedia Dantesca, IV (1973),
pp. 761-765