Una «sacra rappresentazione»: gli esami di Stato
Di Paolo Cutolo
paolo.cutolo@istruzione.it
Docente di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico Statale "Tito Lucrezio Caro" di Napoli.
Dopo pochi mesi dallo svolgimento degli esami di Stato, quando le esperienze si sono ormai sedimentate nella coscienza, è opportuno svolgere una riflessione su questo momento conclusivo del ciclo di studi superiore. Presi come siamo dal «fare», lasciamo troppo spesso ad estemporanei «motti di spirito» o incisi polemici le motivazioni profonde del fare.
Che vanno invece chiarite a noi stessi e agli altri.
Molti di noi, durante lo svolgimento delle prove dell’esame di Stato, di fronte alla inconsistenza delle risposte, all’arbitrarietà degli argomenti prescelti per le «tesine», alla minaccia incombente del «ricorso», alla forsennata modulistica da compilare si è chiesto: «ma cosa ci faccio io qui?».
Vediamo di capire assieme cosa ci facciamo noi in quel luogo in quel momento.
Però abbandoniamo provvisoriamente la rarefatta atmosfera capitolina dei Palazzi Ministeriali e immergiamoci nella Suburra della quotidianità scolastica. Dopo tre anni del corso superiore di studi il ragazzo ha accumulato un gruzzolo di «crediti» che costituiscono una quota «sicura» del voto finale. Un momentaneo annuvolamento dell’orizzonte è determinato dall’in- certezza delle due prove scritte. Torna il sereno con la terza prova, i cui argomenti sono quelli certamente svolti, quelli su cui il professore ha battuto e ribattuto durante l’anno scolastico, quelli che in qualche modo «trapelano». Finalmente lo studente si trova faccia a faccia con il docente per la prova orale. Sfodera a questo punto l’arma più formidabile che la normativa ministeriale gli mette a disposizione: la «tesina». Il docente, che ha temuto tutto l’anno questo momento, cercando di dissuadere gli intraprendenti ricercatori di bizzarrie, adesso è intrappolato: deve ascoltare compunto disquisizioni su «sesso e possesso», «progresso e regresso», «l’angoscia», «la pace», etc.
Quando lo studente ha mostrato esaurientemente la penetrante acutezza del suo intuito, in grado di individuare collegamenti tra gli aspetti più apparentemente disparati della realtà, il docente tira un respiro di sollievo. È il suo momento. Può interrogare lo studente sugli argomenti della disciplina che professa e alla quale ha dedicato larga parte della sua vita, oltre che tutto l’anno scolastico. La prima reazione dello studente di fronte alle richieste del docente è di smarrimento, subentra un doloroso stupore per il tradimento, quindi un muto rimprovero: «ma come puoi chiedermi una cosa del genere?». Gli altri docenti, preoccupati per la piega che stanno prendendo le cose, intervengono premurosi (e anche affettuosamente critici nei confronti del docente inquisitore) per «mettere a proprio agio» lo studente e ricostituirne l’equilibrio psichico compromesso. Bicchieri d’acqua, passeggiate nei corridoi per calmarsi, etc. Stremati dai silenzi, incalzati dagli altri esami della giornata i docenti decidono di farla finita e congedano lo studente con sollievo dell’uno e degli altri.
In sede di valutazione finale, poi, soccorreranno lo studente gli estremi argomenti della difesa, quali «leviamocelo di torno», «rovinerà la classe dell’anno prossimo», e l’argomento definitivo: «se lo abbiamo portato all’ultimo anno … dovevamo pensarci prima». La promozione, come mostrano le statistiche, è dunque praticamente assicurata. Salvo incidenti di percorso, cui un «ricorso» può sempre porre rimedio. Avere promosso tutti non garantisce comunque il professore dal rischio di un ricorso. Si ricorre anche se il voto finale è troppo basso rispetto alle aspettative delle famiglie. In tal caso si riaprono tutti gli incartamenti, si subisce l’inquisizione di un ispettore, si redigono lunghissime e puntuali «controdeduzioni». A onor del vero, bisogna dire che i ricorsi nella grande maggioranza dei casi si risolvono in un nulla di fatto. Essendo questi basati su argomenti formali e non sostanziali, possono essere neutralizzati con gli stessi strumenti.
La Verità assiste muta e impotente a tutta la pantomima.
Ci interrogavamo sul senso di tutto questo.
L’«esame» è un momento della vita in cui un individuo si commisura a delle norme dinanzi ad un giudice. È necessario, perché l’esame abbia una validità e un senso, che l’esaminando riconosca validità alle norme e competenza al giudice. Ma soprattutto che egli voglia farsi esaminare. Una volta che si siano verificate tutte queste circostanze il corollario è che il giudizio, qualunque esso sia, sarà accettato dall’esaminando.
Tutto questo nell’esame di Stato semplicemente non esiste. Lo studente non riconosce alcun valore alle norme - le diverse discipline curriculari - rispetto alle quali è chiamato a commisurarsi; non riconosce alcuna competenza al giudice - il docente - a giudicarlo diversamente da come egli ha già giudicato se stesso. Ma soprattutto egli non vuole essere giudicato. Non perché sia presuntuoso. Semplicemente perché non è abituato ad essere giudicato. Il problema è che la responsabilità individuale si è estinta. Schiere di psicologi e pedagogisti si sono affannati nel tempo a spiegare alle famiglie ciò di cui le famiglie erano già perfettamente convinte, ovvero che per qualunque insuccesso, qualunque mancanza, qualunque colpa del giovane c’è sempre una motivazione altrove: nella società, nell’inadeguatezza della scuola, nella famiglia, nei traumi pre e post partum e via deresponsabilizzando.
Il problema, se ci riflettiamo un po’ su, non è solo della scuola: per esempio, oggi le classifiche dei campionati di calcio si stilano nelle aule di tribunale, non sui campi di gioco e il «garantismo» rende la pena del reato un’ipotesi remota, che si concretizza solo per gli sprovveduti.
I docenti, dunque, sono costretti alla fine di ogni anno scolastico a mettere in scena una «rappresentazione» dell’esame di Stato, che si vuole «sacra» per gratificare studenti e famiglie formulando pubblicamente e solennemente il giudizio positivo che ciascuno di loro si aspetta. Se il copione non è rispettato in qualche sua parte dagli attori-professori, essi sono chiamati a risponderne.
Non è neppure questione di essere «più severi», come qualche «duro» isolato continua a borbottare. Veramente i ragazzi soffrirebbero troppo a vedersi trattati con severità, perché non avrebbero un riscontro di questo atteggiamento in nessun settore della loro esperienza ed esso apparirebbe loro arbitrario, incomprensibile.
L’esperienza ha ormai scolpito nelle loro menti e nei loro cuori «tutto intorno a te!», come efficacemente sintetizza un noto spot televisivo.