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La scienza nella formazione e nelle opere di Giacomo Leopardi
di Luigi D'Amico
damico.luigi@fastwebnet.it
docente di Scienze naturali presso il Liceo Scientifico Statale "Tito Lucrezio Caro" di Napoli
"La Natura ci sta tutta spiegata davanti nuda ed aperta.
Per ben conoscerla non è bisogno alzar alcun velo che la copra:
è bisogno rimuovere gli impedimenti e le alterazioni
che sono nei nostri occhi e nel nostro intelletto".
Giacomo Leopardi
La personalità di Giacomo Leopardi è una delle più complesse e poliedriche di tutta la letteratura italiana. La produzione letteraria del poeta di Recanati è stata oggetto di analisi ed approfondimenti a tutti i livelli, con pubblicazioni italiane e straniere che si sono succedute dai primi decenni dell’ottocento fino ai giorni nostri. C’è però un aspetto di Leopardi meno conosciuto, più inedito, ma non meno importante, che è quello della sua profonda formazione scientifica. Anzi, secondo alcuni autori che si sono interessati all’argomento in modo sistematico, la scientificità di Leopardi permea tutta la sua produzione letteraria e poetica costituendo la base su cui egli costruisce, fin dalla sua prima adolescenza, una solidissima e spessa formazione culturale. La rivista scientifica "Le scienze", n°357, maggio 1998, pp. 70, 76 ospitava un articolo del giornalista scientifico Sandro Modeo dal titolo La scienza nel pensiero di Leopardi. Entrando in argomento, il giornalista così si esprimeva "Le radici del pensiero leopardiano vanno ricercate nella sua ampia ed eclettica formazione culturale, in cui trovano notevole spazio le scienze antiche e moderne". Più recentemente il prof. Gaspare Polizzi, docente di Storia e filosofia nei Licei, ha scritto un libro dal titolo: Leopardi e le ragioni della verità. Scienza e filosofia della natura negli scritti leopardiani, Roma, Carocci, 2003. Molte delle considerazioni esposte in questo articolo hanno la loro fonte in questo prezioso volume.
Il giovane recanatese, all’età di soli sedici anni aveva letto buona parte dei 12.000 volumi che il padre conte Monaldo aveva raccolto nella sua biblioteca privata, ed era in grado di dar ragione delle sue letture. I volumi che Leopardi fu in grado di consultare, e che gli fornirono gli strumenti necessari a costruire e forgiare la sua complessa formazione culturale, riguardavano non solo classici greci e latini ed opere filosofiche, ma una gran varietà di libri di argomento scientifico: dalle scienze naturali alla matematica, dalla chimica alla fisica. Il caso del giovane poeta non era isolato, egli era perfettamente integrato nella cultura illuministica del suo tempo. Come ricorda Giuseppe Petronio:"Indipendentemente dalle riforme scolastiche gli intellettuali della seconda metà del settecento erano intinti di filosofia, nel duplice senso della philosophia naturalis e della filosofia inglese e francese… Questa egemonia della scienza, cioè questo senso della sua importanza quale componente essenziale della cultura di un uomo moderno, fu vivace e diffuso tanto da divenire un fatto di costume e di moda", (Giuseppe Petronio, Letteratura e scienza nell’età dell’illuminismo, in "Problemi", maggio-agosto, 1976).
A tutti i giovani di famiglie aristocratiche, o comunque agiate, veniva offerta un tipo di formazione che aveva alle sue radici una solida base scientifica; il giovane Leopardi seppe approfittare di queste occasioni in modo magistrale, essendo dotato di un’intelligenza ed una volontà di apprendere fuori del comune. La prima traccia del vasto interesse scientifico del poeta di Recanati si ha con la compilazione delle Dissertazioni filosofiche, scritte tra il 1811 e il 1812, all’età di 13-14 anni. In cinque quaderni manoscritti sono contenute ventitré dissertazioni, tra le quali ben dieci di argomento fisico: Sopra il moto; Sopra l’attrazione; Sopra la gravità; Sopra l’urto dei corpi; Sopra i fluidi elettrici; Sopra i fluidi elastici; Sopra la luce; Sopra l’astronomia; Sopra l’elettricismo; Sopra l’estensione.
Nel 1812, mentre finisce le Dissertazioni Leopardi scrive il Compendio di Storia naturale composto per la maggior parte nell’anno 1812. Nel compendio egli descrive i tre regni della natura (degli uccelli, degli insetti, delle conchiglie, degli animali terrestri particolari, dei pesci, delle piante, dei fiumi, delle montagne, del mare in generale, dei fossili, delle cave: ossia delle pietre preziose e ordinarie, delle miniere, ossia dei metalli), dimostrando una vasta conoscenza naturalistica, appresa in buona parte dalla lettura della Histoire naturelle, in 36 volumi, di Georges Louis Leclerc Buffon.
Nel 1813, il recanatese scrive una Storia dell’astronomia riprendendo il sapere astronomico degli antichi ed arrivando fino alle conoscenze del suo tempo ("Oh, gran potere della scienza, aver già fatto giungere a sì interminabili distanze l’occhio e l’intelletto di un atomo ragionatore, che rampa intorno ad una gran massa di fango!", pp.339-40).
Egli conosce in modo preciso il lavoro di Isacco Newton e la sua teoria della gravità, avendo letto Philosophiae naturalis Principia matematica, le teorie più recenti dell’astronomo francese M. De Lande (1732-1807) e quelle del tedesco Frederick Herschel (1738-1822), scopritore del pianeta Urano, sullo spostamento del sistema solare verso la costellazione di Ercole. In sintesi i principali punti di riferimento della formazione scientifica leopardiana possono considerarsi i seguenti: l’adesione al sistema newtoniano della Natura; l’interesse profondo per il rapporto tra scienza e tecnologia; l’attenzione, anche linguistica e metodologica, alla nascita della chimica moderna (nel 1812 i fratelli Carlo e Giacomo Leopardi pubblicano un Saggio di Chimica e Storia Naturale); la predilezione per il sapere astronomico; l’acquisizione per il ragionamento sillogistico come unica espressione della logica della scienza e della conoscenza; la scarsa dimestichezza con il linguaggio matematico, specie l’analisi (nonostante la sua attenzione al concetto d’infinito). Si analizzeranno di seguito, in modo sintetico, le principali opere di Leopardi tentando di puntualizzare gli aspetti scientifici in esse presenti.
Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815)
Dalla prefazione: "Ho giudicato che potesse essere assai vantaggioso l’applicare ai moderni ciò che avea detto degli antichi, e il far servire alla nostra istruzione i loro falli. Ed ancora: Tutti convengono che fa d’uopo rinunciare ai pregiudizi, ma pochi sanno conoscerli, pochissimi sanno liberarsene, e quasi nessuno pensa a recidere il male dalla radice". L’insistenza di Leopardi sul grave nocumento che provoca all’uomo il "pregiudizio", si può sintetizzare nella formula: "Ogni pregiudizio è un errore, ma non ogni errore è un pregiudizio". Più avanti il recanatese afferma, con chiaro spirito scientifico, che l’ignoranza delle cause, e principalmente "quanto alle cause naturali", rappresenta la più importante fonte di errori.
Tra gli argomenti trattati si possono ricordare: L’attacco alla magia e alla superstizione, in Della magia, capo IV, p. 44; Del sole, capo IX, p. 94, dove egli mette in discussione le false credenze sulla nostra stella e sulla natura e struttura degli astri in generale; Dell’astrologia, delle comete e delle eclissi, capo XI, pp. 132-33, in cui Leopardi fa un’analisi delle conoscenze degli antichi, rapportate a quelle degli astronomi del suo tempo. In particolare, riprendendo il pensiero di autori latini quali Lucrezio (De rerum natura) e Seneca (Naturales quaestiones), il poeta esorta il lettore a non temere questi fenomeni naturali perché essi hanno una chiara e dimostrabile causa scientifica e non sono affatto segni premonitori di catastrofi imminenti o, peggio, castighi che Dio manda per i peccati dell’umanità come falsamente propone la Chiesa, (a questo proposito si veda Pierre Bayle (1647-1706), Pensieri sulla cometa, 1682); Della terra, capo XII, pp.140-41, in cui vengono descritti i moti della terra e le ultime acquisizioni dell’astronomo Herschel (1738-1822) sul movimento di tutto il sistema solare verso la costellazione di Ercole; Del vento e del tremuoto, capo XIV, p.191, in cui Leopardi riporta nell’alveo dei fenomeni naturali lo scuotimento della terra che avviene in certi luoghi piuttosto che in altri per le differenti caratteristiche geologiche delle varie parti del pianeta; Dei centauri, dei Ciclopi degli arimaspi, dei cinocefali, capo XVI, p. 203, in cui il poeta ribadisce, una volta per tutte, che l’esistenza di mostri o chimere, sostenuta dagli antichi (vedi le metamorfosi di Ovidio), è pura immaginazione ed essi sono stati creati da alcuni per mettere paura ed angoscia agli uomini e così soggiogare la loro volontà e i loro pensieri.
La scienza nelle Operette morali (1824)
Buona parte dei dialoghi presenti nelle Operette morali sono intrise di sapere scientifico, non facilmente scindibile dal tessuto filosofico e letterario. Gli esempi sono numerosi e tra questi la Storia del genere umano (19 gennaio-7 febbraio 1824): in esso sono presenti spunti sull’evoluzione dell’uomo e delle altre specie e la descrizione di catastrofi geologiche avvenute in tempi remoti che hanno portato a variazioni climatiche notevoli, con conseguenti ripercussioni sul mondo vivente (teoria delle catastrofi); Dialogo di Ercole e di Atlante (10-13 febbraio 1824): in esso viene trattato, in modo ironico, il problema della reale forma della terra (era stato da poco messo in evidenza lo schiacciamento polare); Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi (22-25 febbraio 1824): in questo brano viene presentato e discusso il forte e complesso legame tra l’uomo e la macchina, e viene fatta un’analisi sul rapporto tra scienza e tecnologia; Dialogo di un folletto e di uno gnomo (2-6 marzo 1824), nel quale Leopardi discute del destino dell’umanità la quale può essere causa della sua stessa scomparsa, se non corregge alcuni atteggiamenti deleteri che la portano verso una possibile estinzione. L’uomo può condividere la stessa sorte dei dinosauri e scomparire dalla faccia del pianeta, senza che la terra se ne accorga neanche: "Gnomo: E le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di tramontare e non hanno preso le gramaglie. Folletto: E il sole non s’ha intonacato il viso di ruggine, come fece, secondo Virgilio per la morte di Cesare, della quale io credo ch’ei pigliasse tanto affanno quanto ne pigliò la statua di Pompeo" (Leopardi, Le Operette Morali, commento di G. Getto e E. Sanguineti, Milano, Mursia, 1966, p. 64); Dialogo della terra e della luna (24-28 aprile 1824). In esso il poeta di Recanati, con la solita vena ironica immagina un serrato dialogo tra la terra e il suo satellite. Questo pretesto serve a Leopardi per mettere in risalto le errate credenze degli antichi, (un possibile suono che i pitagorici immaginavano si producesse durante il moto dei corpi celesti) e le conoscenze aggiornatissime in campo astronomico che egli possiede (si ricordi che egli ha scritto, a soli 15 anni, nel 1813, una completa storia dell’astronomia); Dialogo della Natura e di un Islandese, nel quale, con toni non privi di accenti drammatici per la sorte ultima dell’uomo, Leopardi puntualizza un concetto scientifico fondamentale riguardante l’esistenza di un ciclo continuo della materia che, da Democrito in poi, assume la forma indistruttibile di atomi che continuamente si distruggono per ricomparire sotto altre forme (cicli geobiochimici); Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez (19-25 ottobre 1824): in questo dialogo è messo in luce lo spirito prometeico dell’uomo, che è proiettato sempre verso nuovi traguardi per acquisire continuamente nuove conoscenze. L’uomo, con la sua mentalità scientifica, curioso come un eterno fanciullo, si costruisce sempre nuovi traguardi che tenta continuamente di superare ("Ecco noi veggiamo, cogli occhi propri, che l’ago (della bussola), in questi mari declina dalla stella per non piccolo spazio verso ponente: cosa novissima e insino adesso inaudita" … p. 198); Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco (filosofo greco peripatetico del IV-V secolo a.C.).Qui Leopardi riprende in modo chiaro il concetto di ciclo della materia sia organica che inerte e dimostra di accettare un concetto sia pure non definito di evoluzione, ("Ma imperciocché la detta forza non resta mai di operare e di modificare la materia, però quelle creature che essa continuamente forma, essa altresì le distrugge, formando della materia loro nuove creature". p. 218); Il Copernico: in questo dialogo Leopardi immagina gustose battute tra l’ora prima e il sole, il quale, dopo la rivoluzione copernicana, si vuole sottrarre al suo doveroso lavoro quotidiano di sorgere e tramontare, visto che è stato declassato dall’astronomo Copernico ("Ora prima: La diana è venuta fuori da un pezzo. Sole: Bene, venga o vada a suo agio. Ora prima: Che intende di dire vostra Eccellenza? Sole: intendo che tu mi lasci stare. Ora prima:Vostra Eccellenza vuol dire, se io intendo bene, che quello che per lo passato ha fatto ella, ora faccia la terra? Sole: sì: ora e per l’innanzi!…" (pp. 234-35). Nei Paralipomeni della Batracomiomachia, conclusi nel 1835, Leopardi, oltre a dimostrare una profonda conoscenza del mondo animale, esalta la figura di Dedalo filosofo naturale, spinto da una sete insaziabile di conoscenza ed abile meccanico (canto VII: ottava, 8, vv, 1-4… "E disse com’ancor presso al confine / di pubertà quel nido avendo eletto, / di fisiche e meccaniche dottrine / preso aveva in quegli ozi un gran diletto"). Ed ancora, nello stesso canto, Dedalo negli inferi incontra i Dinosauri e Leopardi dimostra di possedere sicure nozioni di paleontologia: ottava 35, vv. 7-8 e 36, vv 1-2, "Di sì fatti animal / son le semente / come sapete da gran tempo spente. / Reliquie lor le scole ed i musei / sogliono l’ossa serbar dissotterrate". E più avanti, ibid., ottava 29, vv.1-4, il poeta fa riferimenti precisi alla passata situazione geologica italiana.
Il concetto di ciclo perenne della litosfera compare ben chiaro, forse come risultato della lettura dei Principi di Geologia di Charles Lyell, pubblicati nel 1830-33, opera che rappresenta l’atto di nascita della geologia moderna, con il rivoluzionario principio dell’attualismo. Così Leopardi: "sparsa era tutta (la Penisola italiana) di vulcani ardenti / e incenerita in questo lato e in quello. / Fumavan gli Appennini allor frequenti / come or fumano Vesuvio e Mongibello". C’è poi, ai versi 7-8, la descrizione della costruzione delle ali che Dedalo applica alle spalle di suo figlio Icaro per fuggire dal labirinto di Minosse. E qui il Dedalo-giovane Leopardi, si confonde con il Dedalo mitologico, abile fabbro ma poco conoscitore delle legge di distribuzione del calore nell’atmosfera: ibid., ottava 22, vv, 5-8… "di quelle, (ali) sia per incidenza detto / che venner men dal caldo io non so come, / poiché nell’alta region del cielo / non suol il caldo soverchiar mai il gelo".
Qui il Leopardi scienziato emerge in tutta chiarezza, in quanto egli è consapevole che innalzandosi dal suolo, la temperatura dell’aria non va aumentando, come potrebbe sembrare (per la maggiore vicinanza sia pure trascurabile al sole), ma al contrario va diminuendo, essendo l’aria riscaldata dal riflesso che i raggi del sole subiscono a contatto con la terra.
Nello Zibaldone di pensieri la concezione scientifica che Leopardi ha della Natura subisce una evoluzione, nel senso di una profonda riflessione critica. Il poeta - siamo in un arco temporale molto ampio, (1817-1832) - pone in contrapposizione la Ragione e la Natura e in una visione profondamente pessimistica conclude che in fondo "la scienza distrugge i piaceri umani, proprio perché determina le cose ed è così nemica della loro grandezza", (1465. 7 agosto 1821). Ed ancora: "la conoscenza razionale conduce alla ricerca dell’utile, distrugge le illusioni" (180. 12-23 luglio 1820). Ed infine: "l’incivilimento smisurato è direttamente proporzionale ad uno snaturamento senza limiti" (217. 8-20 agosto 1820). Nello stesso Zibaldone è presente poi un preciso riferimento al particolare linguaggio della scienza. Leopardi fa una netta distinzione tra la "sfera semantica della lingua poetica e letteraria, e quella dell’ambito scientifico e razionale" (109, 10. 5 giugno 1820). E continuando, il poeta precisa, (323. 13 novembre 1820): "le voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto e perciò si chiamano termini perché determinano e definiscono la cosa da tutte le parti". C’è poi un preciso riferimento alla matematica (1378. 28 luglio 1821 e 538. 29-31 gennaio 1821): "l’arte del computare nuoce alla grandezza delle cose; la stretta precisione entra nella ragione e deriva da lei, non entrava nel piano della Natura". Il rapporto tra Leopardi e la matematica è stato conflittuale, non avendo, il poeta di Recanati, una particolare propensione per la scienza esatta. Secondo alcuni autori che hanno analizzato questa particolare posizione critica, la matematica dava a Leopardi un senso di angoscia, ne precludeva l’ immaginazione, ne imbrigliava la sconfinata immaginazione in una gabbia stretta di rigida razionalità. E lo stesso concetto d’infinito, apparentemente così consono alla sensibilità leopardiana, non trova posto nella sua sfera razionale e viene sostituito dall’indeterminato, come riferisce il prof. Paolo Zellini, matematico, docente di analisi, nel suo saggio Il pensiero matematico e il linguaggio dell’infinito, in "Lettere italiane", dicembre 1998, p. 614. In questo passo egli riprende un pensiero dello stesso poeta dell’infinito che sembra molto esplicativo: "Non solo la facoltà conoscitiva, o quella di amare, ma neanche l’immaginativa è capace dell’infinito o di concepire infinitamente, ma solo dell’indefinito e di concepire indefinitivamente. La qual cosa ci diletta, perché l’anima, non vedendo i confini, riceve l’impressione di una specie d’infinità, e confonde l’indefinito con l’infinito, non però comprende né concepisce effettivamente nessuna infinità" (Zib. 473-4 gennaio 1821). In un altro passo dello stesso Zibaldone, Leopardi chiarisce ancora meglio il suo pensiero: "Non si può geometrizzare tutta la vita perché tale procedura condurrebbe ad un popolo tutto ragionevole o filosofo costituzionalmente debole e inattivo, bisogna allora integrare la ragione nel sentimento, superare la ragione con l’entusiasmo. Chi possiede soltanto la ragione può sì analizzare la natura, ma non ne coglie la vera intenzione, le verità generali, in quanto la Natura, così analizzata-decomposta quasi chimicamente, non differisce da un corpo morto, da un puro meccanismo del quale non s’intende la vita".
"I più grandi filosofi furono anche geni dell’immaginazione (Platone, Cartesio, Pascal, Rousseau" (160. 8 luglio 1820; 270. Ottobre 1821; 3239. 22 agosto 1823; 3245. 26 agosto 1823).
In tutta l’opera leopardiana, come si vede, è presente quella matrice originaria di natura illuministica che ha fatto del poeta di Recanati una delle personalità più complete della letteratura mondiale. Sottolineare la presenza di questa costante visione scientifica della Natura nella poesia di Leopardi, non significa certo ridurne la grandezza poetica o sminuire la profonda riflessione filosofica che traspare da ogni sua opera. Forse la chiave di lettura dell’opera del grande recanatese sta nell’affermazione che appena sopra si è riportata ("bisogna allora integrare la ragione nel sentimento, superare la ragione con l’entusiasmo… I più grandi filosofi furono anche geni dell’ immaginazione!"). Poeti come scienziati, e scienziati come poeti, in una indissolubile sinergia di sentimenti, passioni, visioni del mondo che, in rari casi rende difficile separare il poeta e il letterato dallo scienziato. E gli esempi non mancano. Peter B. Medawar (1915-1987), medico immunologo inglese, premio Nobel per la medicina, nel suo libro I limiti della Scienza afferma che "l’attività scientifica nasce sempre da un atto d’immaginazione, da un’avventura di pensiero, d’altronde, la paro la póiēsis si adatta bene sia all’attivitą del poeta, sia a quella dello scienziato". Paul Feyrabend (1924-1994), fisico ed epistemologo, nel suo famoso libro, Contro il metodo, Feltrinelli, Milano, 1979, così sintetizza il suo pensiero, che è stato poi etichettato come "anarchismo epistemologico": "Nulla deve far gridare allo scandalo quando si cerca di far avanzare le conoscenze, le quali non sono soggette a delle regole ben precise, ma piuttosto a degli standard che consentono di articolare giudizi più flessibili a seconda delle esigenze". "Le maggiori scoperte scientifiche (i più rilevanti capovolgimenti di paradigmi, secondo l’altro epistemologo Thomas Kuhn), sono avvenute perché alcuni pensatori illuminati, indipendenti da qualsiasi vincolo preconcetto, decisero di violare gli standard e di esercitare, in alcuni casi, la loro fertile fantasia (vedi il caso Galileo Galilei)". Il fisico teorico Erwin Schrödinger (1887-1961), uno dei "padri" della fisica quantistica, nel suo libro La mia visione del mondo affianca a considerazioni di fisica quantistica alcune poesie di eccezionale bellezza: "Un’altra cosa: Santa, davanti a te sto inginocchiato, / attraverso te faccio passare il respiro del mondo. / Sono tuo. / Se vuoi smetto di esistere".
Garcia Lorca (1898-1936), Armonia: "Le onde rimano con il respiro / e la stella con il grillo…/ Ma chi accorda onde e respiri, stelle e grilli?"
Eugenio Montale (1896-1981), da Ossi di seppia (1925), Tempo e tempi: "Non c’è un unico tempo / ci sono molti nastri che paralleli slittano spesso in senso contrario / e raramente s’intersecano".
Giacomo Leopardi, da I canti, L’infinito, vv. 4-11, 13-15: "… Ma sedendo e mirando, interminati / spazi, di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo; ove per poco / il cor non si spaura. E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando: e mi sovvien l’eterno, / …Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: E naufragar m’è dolce in questo mare".
Per concludere si può ricordare ciò che il filosofo e matematico inglese Bertrand Russell (1872-1970) disse a proposito del grande recanatese: "La poesia e il pessimismo di Leopardi li considero la più bella espressione di quello che dovrebbe essere il credo di uno scienziato".
Bibliografia
Ferroni G., Storia della Letteratura Italiana. Dall’Ottocento al Novecento, Torino, Einaudi Scuola, 1991
Feyerabend P. K., Contro il metodo, Milano, Feltrinelli, 1979
Leopardi G., Operette morali, Milano, Mursia, 1966
Leopardi G., Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, a cura di Angiola Ferraris, Torino, Einaudi, 2003
Leopardi G., Zibaldone, Roma, Newton, 1997
Luperini R. - Cataldi P. - Marchiani L., La scrittura e l’interpretazione, Palermo, Palumbo, 1997
Polizzi G., Leopardi e le ragioni della verità, Roma, Carocci, 2003
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