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Filosofia e taoismo, riflessione tra Oriente e Occidente
Riccardo Fenizia
riccardo.fenizia@virgilio.it
docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico Statale «Fonseca» di Napoli

“Il Tao che si può nominare

non è il Tao eterno;

il Nome che si può pronunciare

non è il Nome eterno”

(Lao Tze, Tao Te Ching, c.1)

 

“Per tutti sotto questo cielo, concepito il bello,

nasce (come correlativo) il brutto;

Fissato il bene,

prende forma il non-bene”

(Lao Tze, Tao Te Ching, c. 2)

 

“Il Tao, essendo assoluto, non ha nomi”

(Lao Tze, Tao Te Ching, c. 32)

 

“Beato l’uomo che medita sulla sapienza e ragiona con l’intelligenza, considera nel cuore le sue vie, ne penetra con la mente i segreti. La insegue come uno che segue una pista, si apposta sui suoi sentieri. Egli spia alle sue finestre e sta ad ascoltare alla sua porta. Fa sosta vicino alla sua casa e fissa un chiodo nelle sue pareti; alza la propria tenda presso di essa e si ripara in un rifugio di benessere; mette i propri figli sotto la sua protezione e sotto i suoi rami soggiorna; da essa sarà protetto contro il caldo, egli abiterà all’ombra della sua gloria”.

(Siracide 14, 20-27)

 

“È gloria di Dio nascondere le cose, è gloria dei re investigarle”

(Proverbi 25, 2)

 

“La mente dell’uomo pensa molto alla sua via, ma il Signore dirige i suoi passi”

(Proverbi 16, 9)

 

Quadro di riferimento e finalità

L’essere in cui viviamo presenta caratteri comuni attraverso il tempo e lo spazio, in Occidente come in Oriente.

L’Occidente ha sviluppato una buona e utile razionalità scientifica pur nei suoi estremismi e limiti, che orientano verso un utilitarismo efficientista malsano, derivante dai vari meccanicismi e spiritualismi esasperati e autoreferenziali, da Hobbes ad Hegel diversamente rappresentati.

Ciononostante l’Occidente presenta un certo grado di conoscenza della realtà che è e che può essere.

In queste pagine vogliamo occuparci dell’elemento comune, disvelato attraverso l’esperienza di uomini che, da diversi contesti e in diverse epoche storiche, hanno vissuto misticamente un analogo rapporto con l’origine ineffabile e misteriosa del cosmo e dell’uomo, di tutto ciò che esiste e può esistere.

Grande Stupore

“Tutti gli uomini per natura tendono al sapere“ (Aristotele, Metaph.  A, 980a) e, come sappiamo, la filosofia nasce dalla meraviglia, dal taumazein, il “meravigliarsi”, la capacità e il dono del sapersi meravigliare per vedere oltre e attraverso.

Un grande stupore ci conquista quando prendiamo coscienza delle fortissime analogie che accomunano l’esperienza di tanti e tanto diversi uomini.

Per capire ed entrare in sintonia con personaggi reali o leggendari, autori di testi sapienziali e filosofici da Lao Tze a Gandhi, da Platone a Thomas Merton, cercheremo di esplicitare ciò che è implicito nei modi e moduli espressivi di alcuni di essi, in qualche testo classico di cui gusteremo il sapore, comprendendo anche il senso ragionevole, pur non rinchiuso in uno schema logico razionalistico stretto.

Domande

“Un semplice sguardo alla storia antica, d’altronde, mostra con chiarezza come in diverse parti della terra, segnate da culture differenti, sorgano nello stesso tempo le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza  umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita?

Questi interrogativi sono presenti negli scritti sacri di Israele, ma compaiono anche nei Veda non meno che negli Avesta; li troviamo negli scritti di Confucio e Lao-Tze, come pure nella predicazione dei Tirthankara e di Buddha; sono ancora essi ad affiorare nei poemi di Omero e nelle tragedie di Euripide e Sofocle come pure nei trattati filosofici di Platone e di Aristotele. Sono domande che hanno la loro comune scaturigine  nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell’uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l’orientamento da imprimere all’esistenza” (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 1).

La domanda che insieme ci poniamo è la seguente: basta la sola ragione con i concetti astratti tramite l’esperienza reale ad esprimere la verità? La guida della filosofia, amore della sapienza, è il lógos, la ragione discorsiva; ma il lógos è soltanto raziocinio o può contenere e rivelare altro? qual è il rapporto tra cuore e ragione, tra mente e spirito? vi è un fondo dell’anima? chi lo ascolta? cosa dice?

Faccio qui brevi riferimenti al documento di Giovanni Paolo II sul rapporto tra fede e ragione, poiché è opportuno considerare il valore di qualsiasi testo e riflessione in merito alla comprensione della realtà. Una sapienza e una scienza autentica deve rifuggire da qualsiasi pregiudizio per procedere con serenità e ampiezza di vedute, osservare la realtà da varie angolazioni.

“’La Sapienza tutto conosce e tutto comprende’ (Sapienza 9, 11).

Quanto profondo sia il legame tra la conoscenza di fede e quella di ragione è indicato già nella Sacra Scrittura con spunti di sorprendente chiarezza. Lo documentano soprattutto i libri sapienziali. Ciò che colpisce nella lettura, fatta senza preconcetti, di queste pagine della Scrittura è il fatto che in questi testi  venga racchiusa non soltanto la fede di Israele, ma anche il tesoro di civiltà e di culture ormai scomparse. Quasi per un disegno particolare, l’Egitto e la Mesopotamia fanno sentire di nuovo la loro voce e alcuni tratti comuni delle culture dell’antico Oriente vengono riportati in vita in queste pagine ricche di intuizioni singolarmente profonde.”

“Il desiderio di conoscere è così grande e comporta un tale dinamismo, che il cuore dell’uomo, pur nell’esperienza del limite invalicabile, sospira verso l’infinita ricchezza che sta oltre, perché intuisce che in essa è custodita la risposta appagante per ogni questione ancora irrisolta”.

(G.P. II, Fides et ratio, n. 16 e n. 17)

Leggendo ulteriormente scopriamo che la Chiesa stessa non esalta oltre misura la cultura ellenica né ellenistica né alcuna cultura in particolare. Infatti, Giovanni Paolo II sostiene che ogni popolo e cultura presenta semi di verità sotto l’azione di Dio stesso. Allora, se ieri la cultura che ha offerto utili elementi per chiarire e approfondire la fede è stata la cultura greca e la filosofia di Agostino, di Anselmo e di Tommaso d’Aquino, oggi non si esclude che ci possa essere un Tommaso d’Aquino in India o in Cina o in Giappone o dovunque ad arricchire con la scienza e la filosofia del suo popolo la comprensione della fede soprannaturale, che sempre si avvale delle forze umane e presuppone la natura.

Non si tratta cioè di de-ellenizzare il cristianesimo, ma soltanto di non fermarsi nella ricerca di un perfezionamento nella comprensione della fede attraverso categorie greche o altre categorie.

Inoltre il cristianesimo trascende le culture quanto al suo messaggio, per cui ogni cultura e ogni uomo vive liberamente il messaggio, proprio con la sua mentalità e diversità. Infatti, il cristianesimo per principio non può negare verità umane nobili e giuste. Allora esso appare ellenizzato, oppure nipponesizzato, etc., ma queste sono notazioni accidentali, ed è bene che sia così, che il messaggio sia espresso in linguaggio volta per volta consono alle varie culture, l’importante è non falsificarlo, ma neanche temere che una cultura autentica e genuina, con i suoi veri beni, debba necessariamente alterare il messaggio cristiano. Il ricorso eventuale a categorie cinesi, giapponesi, indiane, etc. non contraddice la conservazione di valide categorie provenienti da altre culture, magari già acquisite e tramandate, anzi le potrebbe rafforzare.

Questo è un principio che sintetizzo in poche parole: unità nella diversità senza tradire la verità. Quest’ultima non è un sottoprodotto del contesto, il fatto non giustifica il fatto.

Insidie, l’essere non è una nostra idea

 Rifuggiamo da facili relativismi eclettici o falsi misticismi, che dietro il “non si può comunicare l’indicibile” nascondono la presunzione e l’incapacità di distinguere. Infatti, attraverso parole ambigue e “dette”, si nasconde forse la paura di essere contraddetti, la paura della ragione, e si confonde la propria soggettività e le proprie idee con l’essere delle cose e con l’essere stesso. Questo è un antico inganno: confondere l’essere delle cose e l’essere stesso con l’idea che di essi mi sono fabbricato.

Smascherare l’inganno

“Molti ho incontrato che volevano ingannare, ma che volesse farsi ingannare, nessuno (ho incontrato).“

(Agostino santo, Confessioni, X 23, 33)

L’inganno viene smascherato allorquando conduce a negare l’evidenza.

Altro è andare oltre le prime evidenze tratte dall’esperienza, e da esse slanciarsi in profondità sino all’estremo limite, altro è negare le prime evidenze tratte dall’esperienza e affermate nell’intelletto, attraverso il senso comune che non è il buon senso, per porre in sua vece, al posto delle evidenze, i nostri pregiudizi o le nostre sensazioni pur spirituali: allora ci si chiude anche alla conoscenza vera di sé, umile base dei mistici e dei filosofi autentici, alla conoscenza degli altri, del reale e della parte di esso che trascende il mio io e le sue visioni.

Filosofia e misticismo, una via in due vie o due vie separate?

La filosofia dunque è amore della sapienza, non un amore astratto bensì tale da condurci al possesso graduale della verità viva con l’uso del lógos, ragione, a partire dall’esperienza e dalle prime evidenze. Per tale motivo il filosofo è sempre in ricerca, non perché non ci sia il fine, al contrario perché la verità amata è, in se stessa, inesauribile per noi, non è un’idea.

Ma allora le idee cosa sono? Esse sono veicolo e mezzo. L’utilizzo del processo di astrazione, processo con cui dall’esperienza ci formiamo i concetti, e dico dall’esperienza anche reale, come il fallimento cartesiano comprova (non tutto scaturisce dall’esperienza dell’io pensante, anzi questa è derivata dall’esperienza di cose fuori di noi,  mentre con esse ci incontriamo), è una ricchezza e un limite a seconda del punto di vista da cui lo consideriamo. È una ricchezza, perché il possesso e l’uso dei concetti  ci consente di esprimere il significato delle cose e di ragionare discorsivamente, dimostrando la verità delle nostre affermazioni quanto alla coerenza tra mente e cose.

La verità si esprime nel giudizio dell’intelletto, giudizio appunto di adeguazione tra l’intelletto e le cose, cioè le cose stanno proprio come io ho detto se sono nel vero, e ciò non significa però – attenzione – che non ci sia null’altro da dire.

Ma tale processo astrattivo presenta anche un limite, poiché l’essere stesso trascende, supera in ampiezza e profondità i nostri concetti adatti ad esprimere ciò che devono esprimere del reale ma inadeguati davanti allo smisurato essere, il che non significa che non siano vere conoscenze quelle acquisite attraverso i concetti, anzi anche i mistici li usano ma profittando di analogie e metafore che più si adeguano al loro soggetto, l’origine di ogni radice, la fonte primitiva di tutto, la sorgente delle sorgenti, la vita della vita, l’amore dell’amore.

Conoscere abbassando o amare innalzandosi

Siamo ora in grado di comprendere meglio il rapporto spesso contrastato tra due vie che in fondo sono un’unica via percorsa in modi diversi e complementari che vicendevolmente si aiutano: la via dell’amore  e la via razionale, la teologia razionale e la mistica naturale, la teologia rivelata e soprannaturale e la mistica dei santi, la via del legalismo e del confucianesimo, quella via detta della “rettificazione dei nomi”, e la via taoista che, già nei primi secoli (VII d.C.) dell’era cristiana, si aprì al cristianesimo, detto dai cinesi “via della luce”; si tratta della alta stele di calcare nero, con epigrafe, risalente all’epoca della dinastia Tang, scritta dall’imperatore cinese Dezong, nel 781 d.C., e del ritrovamento della Madonna con bambino in un complesso taoista (vedi gli studi del sinologo inglese Martin Palmer). L’una via aiuta l’altra a cogliere il suo valore e il suo limite e viceversa. Termini che appaiono contraddittori non lo sono in quanto esprimono due punti di vista su diversi versanti, entrambi veri: Dio è Luce e Lógos come principio di ogni sapienza e realtà che risplende della sua luce come la luce emanata risplende dalla luce della fonte di essa, ma Dio è tenebra e oscurità in quanto la Sua luminosità è tale da accecare la nostra vista, per cui a volte i mistici lo chiamano non-essere, ma proprio perché è l’Essere Stesso per Eccellenza.

Tommaso d’Aquino, che parla di “esperienza di Dio attraverso la grazia” come dono elargito gratuitamente dallo stesso Dio, ammette che sul piano naturale Dio è sconosciuto alla nostra mente che prende le mosse dai sensi, nel senso che noi capiamo che è, che esiste, ma non capiamo la sua essenza, per cui ci risulta ciò che non è, Sconosciuto, del tutto ignoto, in una nube oscura, a noi tocca l’ignoranza di una sublime conoscenza:

“Nel considerare la realtà divina si deve ricorrere soprattutto alla via della negazione. La sostanza divina infatti sorpassa con la sua immensità tutte le forme che la nostra intelligenza può raggiungere, e quindi non siamo in grado di apprenderla in modo tale da conoscere ‘ciò che essa è’ (quid est). Ne avremo pertanto una certa conoscenza sapendo ‘ciò che essa non è’ (quid non est). E tanto più ci avvicineremo a tale conoscenza, quanto più numerose saranno le cose che col nostro intelletto potremo escludere da Dio.“

(Tommaso d’Aquino, Somma contro i Gentili I 14)

“Noi siamo uniti a Dio come ad uno sconosciuto”

(Pseudo-Dionigi, Teologia Mistica I 3)

“Ciò avviene perché di lui sappiamo ‘ciò che non è’ (quid non sit), rimanendoci totalmente ignoto (penitus ignotum) ‘ciò che è’. È per questo che, per esprimere l’ignoranza di questa sublime conoscenza, si dice di Mosè che si avvicinò alla nube oscura in cui Dio era presente (Esodo 20, 21)”

(Tommaso d’Aquino, SCG III 49, n. 2270)

 “Nessuna via è così fruttuosa per la conoscenza di Dio come quella che procede per separazione (per remotionem). Si viene allora a sapere che Dio è perfettamente conosciuto, quando si diventa coscienti che egli è ancora al di là di tutto ciò che può essere pensato di Lui. È per questo che si dice di Mosè – il quale fu tanto intimo (familiarissimus) con Dio quanto è possibile esserlo in questa vita  – che si avvicinò a Dio nella nuvola dell’oscurità, cioè che giunse alla conoscenza di Dio apprendendo ‘ciò che Dio non è’. È questa via di separazione che indica il nome ‘santo’ (il ‘tre volte santo’ dei serafini in Isaia 6, 2).“

(Tommaso d’Aquino, Sermone Seraphim stabant (inedito), in J.-P. Torrell, La pratique pastorale, p. 241, nota 141)

“Il senso della negazione è esso stesso fondato su una certa affermazione … Così se l’intelletto umano non potesse conoscere niente di Dio affermativamente, non potrebbe nemmeno negare niente di lui. Poiché se niente di ciò che afferma di Dio si verificasse affermativamente, non avrebbe allora nessuna conoscenza in proposito. È per questo che al seguito di Dionigi, occorre dire che questi nomi di perfezione esprimono realmente la sostanza divina, seppure in modo completo e imperfetto.”

(Tommaso d’Aquino, De potentia, q. 7, a. 5)

Insomma, l’equilibrio è delicato, anzi delicatissimo. Piccolissimo errore nei termini conduce in sentieri insensati, ovvero pretendere di definire l’assoluto, la divina essenza, fonte e vita di ogni vita e potenza e bellezza, fonte misteriosa e grandiosa, indicibile e ineffabile, inenarrabile meraviglia, oppure immeschinirla in un agnosticismo che vuole negare a Dio quello che è suo, ovvero la supereminenza (via negativa, via positiva e via supereminente) che gli spetta, riducendolo a un nulla dietro la nostra ignoranza presuntuosa, che non sa ammettere la sua grandezza rispetto a noi, togliendo arbitrariamente valore ad ogni termine applicato a Dio seppur per analogia. Qui basti dire che l’analogia è la chiave per evitare tali confusioni che peccano per eccesso di ottimismo o eccesso di pessimismo. Sull’analogia promettiamo, se interessa, un saggio.

Ma, ancora, è più per la via dell’amore, della volontà amorosa, del volere amare, che ci avviciniamo al “cuore” di Dio, perché egli ci innalza, piuttosto che riducendolo nelle categorie della nostra intelligenza che, per conoscere, usa le specie, forme delle cose, da esse tratte. Per questo, tendere a Dio con la volontà ci porta più su che chiuderlo nella nostra mente, con le idee, pur necessarie per iniziare a tendere a lui, una volta compreso nella via negativa che Dio è, ma non è, non è come noi e come le cose, né come noi lo immaginiamo, è infinitamente oltre.

Ora non spetta a noi giudicare a chi Dio abbia voluto donare doni di visione, dilatando la loro anima. Solo sappiamo che in Cristo si è autorivelato, si è voluto rivelare, fatto storico noto a tutti e visibile nelle miriadi di variegate prove e documenti e testimonianze, che non sono oggetto di questo saggio. Qui preme solo distinguere brevemente tra misticismo cristiano e mistica in genere, per comprendere meglio il pensiero di Lao Tze.

“Che si tratti o meno della volontà divina, sento una grande forza, un potere inestinguibile, qualcosa di dinamico presente in me. Questa percezione non può essere descritta, e non c’è alcuna esperienza a cui possa venire paragonata. È qualcosa di simile ad una grande emozione a cui si somma la fede, ma molto più forte.

Tutto sommato, l’obiettivo che ho in mente di attuare è di ricercare il vero senso della vita: la pace della mente. (…)”

Qui parla un grande artista marziale, che cerca di usare il distacco del taoismo e dello zen, influenzato da una forma di panteismo spinoziano; pur potendo criticare teoreticamente la concezione che confonde Dio e mondo, riducendo così la grandezza di Dio alle misure del creato, intendevo apprezzare il sincero spirito di ricerca, che traspare in una lettera personale, che non vuole essere un trattato teoretico, e il mistero insito nella ricerca di Dio in noi che ci porta verso mete grandiose e sublimi, se coltivato mantenendo lo spirito personale aperto alla trascendenza della ignoranza di una sublime conoscenza, che accomuna noi uomini.

Avendo introdotto il complesso tema del rapporto tra l’uomo e l’origine misteriosa, ma certo attiva, di tutto ciò che esiste, facendo breve riferimento al Tao e al pensiero sapienziale tradizionale, presento di seguito alcuni brevi pensieri su argomenti vari, che in un successivo articolo saranno corredati da altri testi, e commentati.

PENSIERI BREVI A TEMA : Consapevolezza, Tre anime uno spirito, Ragionare, Paura, Senso, Tempo, Difficoltà, Tao è gentilezza, Verosimile, La spada e la seta, Rotonda, Cos’è la verità, Vuoto, Perché dimostrare il Tao, La questione filosofica è questione morale, Una verità molti volti.

Consapevolezza

La verità della nostra vita si raggiunge solo attraverso la consapevolezza del momento presente in cui confluisce il passato e che si proietta verso il futuro: in sintesi, vivi presente a te stesso e ama la vita, rifuggi dall’odio e dal risentimento.

Il cuore conosce, riconosce verità che la ragione non vede ... ma, cosa intendiamo con cuore? che cosa significa, qui, ragione? Con cuore si intende la capacità di cogliere, sentire, intuire verità profonde difficili da esprimere in termini meramente logici, per i limiti del nostro pensiero; con ragione si intende, in questo contesto, la ragione come razionalità “scientifica”, logico deduttiva, schematica, matematico-geometrica. È chiaro che, per esempio, la realtà dell’amicizia non è esprimibile in una formula matematica. Ciò però non significa che l’amicizia sia un fatto irrazionale.

Ecco: l’ambiguità deriva da una frattura artificiosa, derivata dalla filosofia cartesiana, tra mente e corpo, dalla tendenza matematizzante. 

La ragione e il cuore non sono in contrasto o in contraddizione, a livelli di conoscenza autentica si unificano e si aiutano, la ragione e il cuore, la fede e la ragione, nell’unità del nostro spirito, che unifica il nostro corpo con cui costituisce un tutt’uno nella vita terrena per ora (del poi si parlerà dopo).

Il cuore conosce quindi pensa, capisce; allora più che di cuore come organo si allude alla capacità dello spirito che conosce in tutta la sua potenzialità che è intuitiva, discorsiva, induttiva, deduttiva, esperienziale, si aiuta col ricordo la memoria.

Tutto intero l’uomo è impegnato nel vivere la verità piacevole e  faticosa,  duro lavoro-kung fu.

Cuore e ragione, non c’è contraddizione.

L’uomo è uno, l’azione deve scaturire dall’unità, cuore e mente, ragione e fede, anima e corpo devono essere in unità,  perché l’azione e la vita siano sincere e oneste.

A volte noi crediamo di dovere trascurare ragione o cuore come fossero nemici, questo è sbagliato, ragione e cuore guidati da un unico spirito in un unico corpo. Il rifiuto produce odio, disperazione, frustrazione, vuoto, si vive contro, invece di vivere e godere onestamente pur nel duro lavoro che è la ricerca del paradiso, inteso come orizzonte e luogo felice!

Cina, Giappone e Corea, tre anime uno spirito

Dice Musashi “due spade come una spada e una spada come due spade”, all’origine si trova una semplice unità, cerchio e punto, il punto è come un cerchio e un cerchio è come un punto. Mas Oyama, uno dei maggiori combattenti del nostro secolo, muore nel 1994, è coreano ma guarda a Musashi, eroe giapponese del Seicento, e lo fa rivivere nella sua vita sconfiggendo la chiusura dei giapponesi che non credevano in un povero e misero coreano; infine il suo valore viene riconosciuto  e così Oyama unisce attraverso Musashi il Giappone e la Corea. Ma Musashi guardava alla Cina, culla di comune civiltà e valori. I valori sono universali sono cinesi, giapponesi, coreani, sono anche nostri occidentali. Cina, Giappone e Corea con Musashi e Oyama si riscoprono tre anime, uno spirito, unito nella trascendente origine in cui e da cui tutto deriva.

 Eiji Yoshikawa racconta Musashi in un favoloso romanzo storico che apre squarci metafisici sul senso della vita e della morte, dell’amore, dell’onore, della passione e della guerra, dell’amicizia. Le vicende si intrecciano in un quadro avvincente e splendido che lascia spazio alla poesia semplice a partire da eventi e descrizioni umili e semplici ma ricche di significati.

Ragionare

L’intelligenza ragiona, la volontà dell’uomo è detta appetito razionale, lo spirito è tutt’uno, cuore e ragione sono lo stesso profondo spirito ... siamo uno non due. C’è un centro con cui operiamo scelte importanti e sentiamo la verità, siamo predisposti a vedere il vero con l’intelletto e a volere il bene con la volontà, ma che il bene sia vero bene per noi lo dice l’intelletto.

Il sentimentalismo  conduce alla falsità, ci autoinganniamo con false verità trascinati dai vizi delle distorte tendenze che paralizzano poi la giusta azione, come una passione troppo violenta, che fa credere vero amore un istinto narcisistico e patologico,  indegno dell’uomo.

Paura, morte, malattia, risposta

“Cercherò di migliorare me stesso, onde diventare un migliore e più saggio essere umano” ... questa è la migliore risposta alla paura.

Senso

Se ti domandi se ci sia un senso, significa già che il senso c’è, ma va cercato; infatti, l’uomo è un essere con una natura dotata di spirito per cui come tutte le cose della natura hanno l’oggetto cui tendono nei cicli naturali, e le possibilità di sviluppo, così anche l’uomo ha capacità di capire e amare, e quindi anche l’orizzonte e l’oggetto, la meta cui tendere. Orizzonte di verità, desiderio di capire, domanda e conseguenti risposte, ovviamente parziali poiché il fine ultimo è appunto oltre.

Tempo ed eternità

Noi viviamo il tempo presente come se fosse eterno, ma il tempo presente non è eterno, il tempo presente scorre veloce e giunge alla fine quasi senza che ce ne accorgiamo.

Per questa ragione, dal momento che l’eternità esiste, è origine e destino, è una dimensione che trascende e “comprende” la nostra, al contrario di quanto a noi sembra soggettivamente, non è mai sufficiente il tempo presente rivolto e dedicato ad approfondire e capire il legame tra presente terreno e trascendenza, intesa come dimensione fuori dal tempo che scorre fugace.

Ma il tempo che scorre fugace ha senso solo sullo sfondo di questa eternità, e acquista tutto il suo valore e la sua potenza.

Ridimensionare i problemi e le situazioni, le difficoltà.

Spirito indomito.

Possiamo cercare di sviluppare la “spada dello spirito”, in fondo gli eventi umani sono il frutto delle scelte nel bene come nel male di ciascuno di noi. È una buona occasione per raffinare la “spada dello spirito”, cioè la forza interiore, la speranza, la fiducia e il coraggio per vivere pienamente. La morte appartiene alla vita, ci fornisce lo stimolo a capire il senso delle cose terrene, la sua concreta possibilità ci può aiutare a rafforzarci nella scelta del bene come campo e orizzonte. Poi ciascuno individuerà quello che hic et nunc è il bene per le sua condizione.

Senso della vita, il Tao è gentilezza

In fondo mi sono accorto che tutte le donne e gli uomini non cercano altro che affetto e comprensione. Relazione, amore, amicizia.

Verosimile

Già Aristotele capiva la necessità di impegnare tutte le nostre risorse per approssimarci al divino con ogni facoltà e con tutta la persona. Lo si comprende considerando la sua concezione della retorica.

In Aristotele la retorica è l’arte di rendere verosimile la verità, cioè la retorica ha per fine non il persuadere ma la ricerca e l’individuazione dei mezzi che servono a persuadere, dei mezzi di persuasione. E gli strumenti per persuadere vengono ricavati dalle cose stesse, cioè per esempio si utilizzano fatti accaduti per suscitare emozioni, passioni in colui che ascolta secondo la sua sensibilità. Gli strumenti principali che si devono usare nella retorica sono l’éthos, cioè il carattere del retore, la sua immagine pubblica, il modo in cui appare davanti al pubblico o all’ascoltatore, il páthos, cioè le passioni da suscitare secondo la natura dell’ascoltatore, le emozioni che scaturiscono dal discorso, e il lógos, cioè la coerenza logica dell’argomentazione razionale, la razionalità stessa del discorso. La retorica quindi si serve dell’éthos e del páthos, strettamente legati tra loro, e del lógos che organizza la struttura razionale, la coerenza logica del discorso persuasivo.

L’elemento fondamentale all’inizio è l’éthos: esso deve essere curato bene perché l’immagine iniziale è importante, Aristotele specifica anche tre elementi necessari per un éthos efficace: areté, phrónesis ed éunoia come “profilo” credibile, virtuoso, “saggezza pratica”- buon senso, realismo, “benevolenza” nel senso di buona volontà come apertura mentale, disponibilità a capire e a farsi capire.

Aristotele, che genialmente spiega questo e molto altro, dimostra anche che la retorica nelle mani di una persona priva di vera virtù, meglio è usata più è dannosa e pericolosa, per la persona stessa e per tutti, perché procurerà danno alla vita sociale e comune, essendo asservita a vizi e capricci non adeguati alla natura e al vero bene.

 Infatti, Aristotele contesta la retorica come mero strumento di persuasione svincolato da ogni principio e verità, anche perché la virtù della giustizia e la contemplazione della verità sono per lui la vera aspirazione di ogni uomo, a cui per natura razionale tutti tendono, ma liberamente, perciò alcuni viziosi e corrotti possono rinnegare la propria natura come fossero bestie (nel senso tecnico di rinnegamento della propria ragionevolezza e razionalità, coerente con la loro natura intellettuale specifica dell’uomo).

Al contrario il páthos risulta fondamentale soltanto alla fine del discorso persuasivo, dell’azione del buon retore, o oratore, perché le passioni e le emozioni devono nascere gradualmente nel corso del discorso per consentire magari il cambiamento di alcune idee, forse inesatte o false, presenti nella mente dell’ascoltatore e che il retore vuol far abbandonare.

La spada e la seta

Un libro bello, semplice, di Mark Salzman, La spada e la seta, grandioso nella sua immensa semplicità, esso racconta un viaggio nella Cina degli anni ‘80 alla scuola dei più forti maestri di arti marziali,  la via delle arti marziali.

L’arte marziale è un cammino di perfezionamento di sé. Bellissimo perché aiuta ciascuno a portare al massimo le proprie potenzialità corporee, psichiche, spirituali e di comunicazione. Richiede grandi sacrifici, ma ciascuno può compierli. Si condivide tempo e spazio spirituale con gli altri imparando a convivere in armonia. Si impara a non arrendersi, a comprendere sé e gli altri, a lottare fino all’ultimo respiro con coraggio, a cercare di accettare con dignità la sofferenza, il dolore, la morte, a cercare di fronteggiare la paura davanti alla morte per vivere con dignità e impegno. Non per nulla in tutte le arti marziali ricorre il concetto di via.

Rotonda o quadrata?

La verità è semplice e chiara, l’errore al contrario è rotondo, rotola sempre, cambia sempre e produce incertezza, dubbio, inquietudine, paralisi dello spirito.

Cos’è la verità?

Può essere una domanda seria o una frase da sbruffoni per dire: in verità nessuno lo saprà mai. Ma ciò è contraddittorio perché, se nessuno saprà mai la verità, come si può dire allora: è vero che nessuno saprà mai cos’è la verità.

Vuoto, Tao e Dio

Il Tao e Dio hanno molte analogie. Il vuoto non è nulla perché il nulla non è, quindi non esiste. Capiamoci, alcuni distinguono il niente dal nulla, qui parlo con nulla di qualcosa che non esiste o di qualcosa che è al più simile al quasi nulla della materia prima, ancora inadatto ad esprimere la ricchezza e il valore ontologico che, pur in termini religiosi e non ontologici, i taoisti attribuiscono al Tao come Non-essere.

La parola vuoto allude a qualche realtà materiale o spirituale. Se vuoto di materia allora allude a realtà spirituale. Se vuoto di umano allude a realtà divine misteriose. Se vuoto di mente allude a qualcosa che o non ha mente o ha mente diversa dalla nostra, ma se non ha mente allora è materia, energia in quanto non pensa. Lo spirito soltanto è autocosciente, intelligente e sente e vuole e ama. Allora il Vuoto è Spirito forse ... è forse il Principio buono unico e intelligente, sostanza divina?

Forse con Tao si intende Dio, infatti uno dei primi cinesi che tradusse il Vangelo di Giovanni, dice così. Certo non vanno confusi la religione cattolica con il taoismo, ma noi uomini siamo e rimaniamo uomini, come Dio è e sempre sarà ed è sempre stato Dio, cioè non cambia secondo ciò che di lui riusciamo a dire o a capire. Di fatto il termine Tao ha molteplici sensi e significati, tra cui prevalgono quello di strada, percorso, via nel cielo o sulla terra. Il termine lógos ha anch’esso analoghi significati. La Sapienza viene detta Lógos.


Perché dimostrare il Tao

Certo se Dio esiste allora non ha certo bisogno della mia dimostrazione. Se però Lui esiste e io credo che non esista, allora sono io che ho bisogno di capire che esiste, ma ciò che importa è poi entrare in relazione consapevolmente con Lui.

La questione filosofico-scientifico è anche, soprattutto, questione morale

È difficile ragionare con rigore a partire dai dati sensibili senza poter poi controllare sperimentalmente il risultato, anche se c’è la controprova: se nego un principio assoluto perfettissimo, intelligente e buono, trascendente, allora necessariamente significa che affermo l’assoluta perfezione e indipendenza perfetta del cosmo, la sua assoluta semplicità in quanto dovrebbe essere capace di auto mantenersi in vita da sempre e per sempre, avendo pertanto una energia in atto infinita … ma questo è contro ogni evidenza quindi è falso.

Infatti, nel cosmo vi è una dipendenza tra le parti per cui nulla vi è di assoluto e indipendente, allora tutte le cose interdipendenti dipendono dall’unico, uno e assoluto Atto puro, Motore Immobile, Sommo Bene, Uno, Grande Spirito, Dio o come lo si voglia chiamare ... ma il suo vero nome è uno solo, è un nome che sorpassa ogni nome, è Il Nome senza Nome, la Forma senza forma, insomma Dio.

La verità circa l’esistenza di Dio è una delle più grandi questioni, perciò non tutti, spesso non senza errori, riescono o hanno voglia di affrontare il tema. Diceva  Tommaso d’Aquino che questa è la ragione per la quale tale verità è di fede oltre che di ragione, nel senso che chi lo capisce lo sa senza bisogno di accettarlo per fede, chi non lo capisce può comunque accettarlo per fede nella divina rivelazione in cui Dio si è rivelato prima di Cristo e poi in Cristo.

Una Verità, molti percorsi e tanti punti di vista

Queste sono vie, piste belle non oppressive o asfissianti, a noi è sempre piaciuto cercare di capire la verità, ma  fingere di non capire ciò che capiamo ed è logico non porta a nulla.

Bibliografia ragionata

Sul taoismo:

D’Elia P. M., La religione della Cina dal IV secolo a.C. in poi,  pp. 579-701

Lao Tze, Tao te ching, Il Libro della Via e della Virtù, a cura di J.J.l. Duyvendak, Milano, Adelphi, 2007

Lao Tze, La regola Celeste, Il segreto della virtù nell’agire senza agire, Verona, Acquarelli, 1996

Shih J., La religione della Cina fino all’introduzione del buddismo, in Storia delle religioni, V, Torino, UTET, 1971, pp. 497-577

Tacchi Venturi P., Storia delle Religioni, V, Torino, UTET, 1971

Sul rapporto tra taoismo e religione cristiana in genere:

Giuliani M., in “Avvenire”, 6 marzo 2002, La Madonna della pagoda di Lao Tze

Nicolini-Zani M., La via della luce, Stele di Xi ‘an, Qiqajong, Bose

Sul pensiero di Giovanni Paolo II, sulla Sacra Scrittura, libri sapienziali, e sulle Confessioni di sant’Agostino:

Giovanni Paolo II, Fides et ratio, lettera enciclica sui rapporti tra ragione e fede, Milano, Paoline, 2008

Sullo zen e le arti marziali:

Bruce Lee, Il Tao del dragone, Milano, Mondadori, 2009

Hyams J., Lo zen e le arti marziali, Vicenza, Il Punto d’Incontro, 2006

Kenji Tokitsu, Lo zen e la via del karate, Milano, Sugarco, 1985

Masutatsu Oyama, La via del Kyokushin, Roma, Mediterranee, 2002

Pellandra Hattori C., La scienza peduta dei samurai nobili, Jubal, I Tesori, 2004

Watts A., La via dello zen, Milano, Feltrinelli, 1996

Sun Tzu, L’arte della guerra, Milano, Mondadori, 2003

Sul Musashi:

Eiji Yoshikawa, Musashi, Milano, Rizzoli, 2008

Su Thomas Merton, il romanzo che è stato paragonato alle Confessioni dell’epoca contemporanea, viaggio nel cuore di un uomo alla ricerca della verità; un pellegrinaggio attraverso le ideologie e il nichilismo verso la verità:

Merton T., La montagna delle sette balze, Milano, Garzanti, 1997

Sulla retorica un breve saggio:

Jimenez Catano R., Mi verdad tu verdad (La mia verità, la tua verità), los libros de Homero, Città del Messico, Gensollen, 2006;

mgm@bonaterra.edu.mx  o  oh.musa@gmail.com

Sulla sapienza antica:

I Sette Sapienti, Vite e opinioni, nell’edizione di Snell B., Milano, Bompiani, 2005

Sulla filosofia del senso comune consiglio tutte le opere di Antonio Livi, in particolare:

Livi A., La filosofia del senso comune, Milano, Ares, 1990

Su Tommaso d’Aquino maestro dello spirito:

Torrell J.-P., Tommaso d’Aquino maestro spirituale, Roma, Città Nuova, 1998

Sull’autore del presente articolo si può visitare blog e alcuni articoli nei seguenti link:

blog

www.pensaresenzapaura.blogspot.com

intervista

http://www.whohub.com/rfenizia

articolo sulla gnoseologia

http://www.veritatis-splendor.net/DocumentiVS/filosofica.pdf

sulla rivista “Disciplinae”

http://www.simonescuola.it/disciplinae11/5.htm

http://www.simonescuola.it/disciplinae3/4.htm

seminari di filosofia

http://www.ipeistituto.it/seminari-di-filosofia.html

società tomistica internazionale

http://www.sitaroma.org/documento.asp?ID=579&seccion=572

testo sul tutorato

http://opac.giustizia.it/SebinaOpac/Opac?action=search&thAutEnteDesc=Spasiano%2C+Mario+R.&startat=0

http://opac.giustizia.it/SebinaOpac/Opac?sessID=ADDEB1C678FC93A97CCF9DD35D4960E1@1f8ca10&







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