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Fuga dei «Cervelli»: uno spunto per alcune riflessioni sul concetto di capitale umano e sul nostro sistema formativo
Di Marco Parri
marco.parri@istruzione.it
dirigente scolastico presso l’ISIS «Federico Enriques» di Castelfiorentino

Non è nuova la polemica, giornalistica e non solo, sulla cosiddetta «fuga di cervelli» dal nostro paese: ricercatori e tecnici di grande qualità che non trovando da noi sbocchi occupazionali adeguati ai propri curricoli di studio e professionali e alle proprie aspettative optano per opportunità lavorative offerte spesso da prestigiose istituzioni, organizzazioni e imprese estere senza che in Italia si faccia niente  di concreto per evitarlo.

Anzi, i pochi tentativi (vedi L. 230/05) hanno prodotto limitati casi di consolidamento della permanenza in Italia dei cosiddetti - con termine certo non felice - «cervelli rientrati», a causa delle limitate opportunità di stabilizzare la propria posizione lavorativa nel nostro paese.

Dalla premessa emergono immediatamente due considerazioni: una drammaticamente negativa, l’altra consolatoria ma sicuramente in contraddizione con un senso comune diffuso:

 

1.     un paese che non riesce a premiare e riconoscere, a livello micro e macroeconomico e in termini di prestigio sociale, le intelligenze e le professionalità di cui dispone è destinato a scarso sviluppo e costretto a rincorrere, senza riuscirvi, l’innovazione degli altri.

È un paese che non ha consapevolezza che il futuro economico e sociale dei propri cittadini lo si gioca sul capitale umano e sul suo sviluppo, più che sul capitale fisico o sull’illusione della finanza. Il concetto di capitale umano, di acquisizione relativamente recente nel lessico dell’economia (risale agli anni ‘60 del secolo scorso la sua introduzione come definizione del valore economico delle conoscenze, delle competenze e delle capacità professionali degli individui), rappresenta il modo con cui la risorsa uomo entra nella Scienza economica; una risorsa che non è solo forza fisica ma intelligenza, insieme di conoscenze e di capacità: in sintesi  il risultato del processo di istruzione-formazione e addestramento cui l’individuo è stato sottoposto, anche in tempi diversi, nell’organizzazione sociale di appartenenza.

Il capitale umano rappresenta dunque la considerazione congiunta dei caratteri propri di ciascun individuo (intelligenza personale, attitudine ad imparare, creatività, motivazione) e  delle caratteristiche e peculiarità  del  processo di formazione-istruzione che lo stesso ha seguito nella comunità sociale di appartenenza. Si tratta, con tutta evidenza, di un concetto eminentemente qualitativo la cui quantificazione, o meglio il cui tentativo di quantificazione e valorizzazione, non può che essere indiretta stimando i costi sostenuti individualmente e dalla collettività di appartenenza per la formazione-istruzione-addestramento del singolo. È chiaro pertanto come l’inerzia rispetto alla fuga dei cervelli sia doppiamente antieconomica: in primis perché ci si preclude di utilizzare a vantaggio dell’economia nazionale la preparazione del cervello, meglio diremo del talento, in fuga, secondariamente perché si disperde l’investimento effettuato dalla comunità nel suo percorso di formazione.

2. Se vi sono cervelli in fuga (ed è un dato innegabile) è di tutta evidenza che, a meno di ritenere non influente il percorso d’istruzione e formazione da essi seguito e, conseguentemente, inutile il costo della loro formazione sostenuto dalla collettività nazionale, e valutando invece come innate le loro capacità (situazione sicuramente alquanto irrealistica e improbabile), il sistema formativo del nostro paese non è cosi negativo e da buttare come da tempo un’opinione prevalente tende a far ritenere. Si tratta spesso di un’opinione anche interna agli stesi operatori e addetti al settore formativo. Questi ultimi spesso caratterizzati da una sorta di compiacimento autolesionista nel criticare con il sistema formativo anche se stessi e il proprio lavoro (evidente autolesionismo professionale amplificato spesso da campagne mediatiche).

A tale atteggiamento degli operatori si unisce quello, non meno dirompente, di molti soloni (politici, giornalisti, illustri e meno noti pedagogisti o presunti esperti di sistemi d’istruzione) che dagli esiti delle indagini PISA e similari deducono la necessità non di adeguare un sistema a standard internazionali, per altro non sempre convincenti (si guardino con attenzione, al riguardo, i testi dei quesiti PISA sui saperi scientifici nella traduzione italiana) ma quello di riformare in toto lo stesso sistema, ritenendo la statistica più forte della stratificazione temporale di un’organizzazione dell’istruzione che non è parcellizzata come in molti altri paesi, per altro portati ad esempio, ma al contrario da quasi un secolo persegue, con limiti, sicuramente rinvenibili, legati ad una gerarchia delle conoscenze non più attuale  e con la necessità di uscire da un certo immobilismo metodologico, la formazione integrale della persona e del cittadino e non solo l’acquisizione di qualche nozione in più o in meno, da dimostrare allenandosi con gli strumenti di rilevazione in voga, salvo poi imprecare per la citata «fuga dei cervelli», guarda caso formatisi all’interno di un sistema d’istruzione-formazione di cui si dice tutto il male possibile.

Credo che chi opera nella scuola deve stare molto in guardia dall’associarsi a simili posizioni con le quali si rischia di buttar via con l’acqua anche il bambino e che, qualche volta, la parola «conservatore» non è da disprezzare, così come alla parola «riformatore» non sono sempre riconducibili significati positivi, soprattutto, poi, se a tale parola sottende il rischio di omogeneizzare la conoscenza in nome di concetti stravaganti quali globalizzazione o concorrenza che, a seconda di chi li utilizza, sono orientabili in varie direzioni e vengono spesso usati, insieme alle statistiche, per proporre ricette per tutti i problemi della società contemporanea, spesso trasformando la statistica  nel golem dei nostri tempi (vedasi, per fare un parallelo in altro campo, quanto succede per la crescita economica).

Sono proprio i numeri, le statistiche appunto, che «spesso responsabili di omogeneizzazioni arbitrarie, altrettanto arbitrariamente ... sottolineano ed enfatizzano le differenze, trasformando le minuzie in cose importanti e viceversa»[1]  costituiscono la clava con cui si vorrebbe demolire l’impianto di fondo del nostro sistema d’istruzione, decretandone il fallimento e attivando campagne di stampa denigratorie e task force, o presunte tali, destinate a risolvere le acclarate carenze dei nostri studenti. Con quali strumenti  e da chi, poi, le acclarate carenze siano rilevate è un problema secondario. Forse con questionari dove si chiede che cosa scaturisca dalla combustione del mais (vedi PISA sui saperi scientifici), anche se poi nessuno si domanda come si fa ad essere tra i primi in quarta elementare e tra gli ultimi tra i 14 e i 15 anni.

Almeno qualche dubbio sullo strumento di rilevazione dovrebbe venire a chi ritiene  la statistica sufficiente misura di qualità per valutare, e spesso condannare, il sistema d’istruzione-formazione. Ma no, sarebbe troppo logico tutto ciò!

In realtà la complessità del processo educativo e le numerose variabili che su di esso possono inferire non vengono considerate da chi in nome di qualche quiz, più o meno costruito bene, decide di dare pagelle ai differenti sistemi formativi.

Alla luce delle precedenti argomentazioni dovrebbe risultare evidente che la «fuga dei cervelli» non è da valutare in senso così negativo come osservato in precedenza, anche se ciò può apparire in apparente contrasto con quanto argomentato al punto 1.

Che i nostri giovani talenti - sembra siano parecchi, e se sono giovani non si saranno certo formati decine di anni fa - possano essere appetibili per altre organizzazioni sociali e economiche dovrebbe essere, almeno per il sistema formativo del nostro paese, un vanto. O la globalizzazione la si accetta per intero o la si rifiuta tutta: non si può continuare a riempirsi la bocca con tale termine per poi rifiutarne gli aspetti che ne costituiscono il corollario logico (quale ad esempio la fuga dei cervelli che tendono ad allocarsi laddove le condizioni economiche e sociali offerte sono più vantaggiose). Invece spesso si assiste ad una sorta di invocazione strumentale della parola «globalizzazione» cercando di utilizzare di essa le connotazioni che possono far comodo a supporto di determinati interessi e rifiutando o, peggio, fingendo di ignorare le altre connotazioni che per altro non sono scindibili  né nel significato né nella realtà che con il termine si definisce.

Ancora una volta è il punto di vista a fare la differenza!

Bene, evitiamo diagnosi e  prognosi infauste per il nostro sistema d’istruzione e formazione e, pur consapevoli che di miglioramenti vi è sicuramente bisogno anche nel nostro settore come per qualunque attività umana, prendiamoci, come educatori e formatori, qualche soddisfazione. Una: è certo che  se  la fuga dei cervelli  è  negativa e da evitare  per il nostro sistema economico  non è  tale per il nostro sistema formativo.

Affinché non si pensi che le considerazioni che precedono  siano il frutto di una qualche beota illusione dello scrivente  vorrei sgombrare il campo da possibili equivoci. Sono perfettamente consapevole della necessità di miglioramenti del nostro sistema di istruzione e formazione: da una maggiore diffusione della cultura scientifica e  tecnologica ad una rivisitazione delle metodologie d’insegnamento in ottica di facilitazione dell’apprendimento e di diffusione dell’utilizzo di didattiche laboratoriali.

Ma da qui a parlare di emergenza nazionale ce ne corre!

 

Marco Parri

dirigente scolastico

presso l’ISIS «Federico Enriques»

di Castelfiorentino

marco.parri@istruzione.it

Note

 

[1] P. Dacrema, La dittatura del PIL, Padova, Marsilio, 2007, p. 93.







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