Non è nuova la polemica, giornalistica e non solo, sulla cosiddetta
«fuga di cervelli» dal nostro paese: ricercatori e tecnici di grande qualità che non trovando da noi sbocchi occupazionali
adeguati ai propri curricoli di studio e professionali e alle proprie
aspettative optano per opportunità lavorative offerte spesso da prestigiose
istituzioni, organizzazioni e imprese estere senza che in Italia si faccia
niente di concreto per evitarlo.
Anzi, i pochi tentativi (vedi L. 230/05)
hanno prodotto limitati casi di consolidamento della permanenza in Italia dei cosiddetti - con termine certo non felice - «cervelli
rientrati», a causa delle limitate opportunità di stabilizzare la propria
posizione lavorativa nel nostro paese.
Dalla premessa emergono immediatamente due considerazioni:
una drammaticamente negativa, l’altra consolatoria ma sicuramente in
contraddizione con un senso comune diffuso:
1. un paese che non riesce a premiare
e riconoscere, a livello micro e macroeconomico e in
termini di prestigio sociale, le intelligenze e le professionalità di cui
dispone è destinato a scarso sviluppo e costretto a rincorrere, senza riuscirvi,
l’innovazione degli altri.
È un paese che non ha consapevolezza che il futuro economico e
sociale dei propri cittadini lo si gioca sul capitale
umano e sul suo sviluppo, più che sul capitale fisico o sull’illusione della
finanza. Il concetto di capitale umano, di acquisizione
relativamente recente nel lessico dell’economia (risale agli anni ‘60 del
secolo scorso la sua introduzione come definizione del valore economico delle
conoscenze, delle competenze e delle capacità professionali degli individui), rappresenta
il modo con cui la risorsa uomo entra
nella Scienza economica; una risorsa che non è solo forza fisica ma
intelligenza, insieme di conoscenze e di capacità: in sintesi il risultato del processo di
istruzione-formazione e addestramento cui l’individuo è stato sottoposto, anche
in tempi diversi, nell’organizzazione sociale di appartenenza.
Il capitale umano rappresenta dunque la considerazione congiunta
dei caratteri propri di ciascun individuo (intelligenza personale, attitudine
ad imparare, creatività, motivazione) e delle caratteristiche e
peculiarità del processo di formazione-istruzione che lo
stesso ha seguito nella comunità sociale di appartenenza. Si tratta, con tutta
evidenza, di un concetto eminentemente qualitativo la cui quantificazione, o
meglio il cui tentativo di quantificazione e valorizzazione, non può che essere
indiretta stimando i costi sostenuti individualmente e dalla collettività di appartenenza per la formazione-istruzione-addestramento
del singolo. È chiaro pertanto come l’inerzia rispetto alla fuga dei cervelli
sia doppiamente antieconomica: in primis perché ci si preclude di
utilizzare a vantaggio dell’economia nazionale la preparazione del cervello,
meglio diremo del talento, in fuga, secondariamente
perché si disperde l’investimento effettuato dalla comunità nel suo percorso di
formazione.
2. Se vi sono cervelli in fuga (ed è un dato innegabile) è di tutta
evidenza che, a meno di ritenere non influente il percorso d’istruzione e
formazione da essi seguito e, conseguentemente,
inutile il costo della loro formazione sostenuto dalla collettività nazionale,
e valutando invece come innate le loro capacità (situazione sicuramente
alquanto irrealistica e improbabile), il sistema formativo del nostro paese non
è cosi negativo e da buttare come da tempo un’opinione prevalente tende a far
ritenere. Si tratta spesso di un’opinione anche interna agli stesi operatori e
addetti al settore formativo. Questi ultimi spesso
caratterizzati da una sorta di compiacimento autolesionista nel criticare con
il sistema formativo anche se stessi e il proprio lavoro (evidente
autolesionismo professionale amplificato spesso da campagne mediatiche).
A tale atteggiamento
degli operatori si unisce quello, non meno dirompente, di molti soloni (politici, giornalisti, illustri e meno noti
pedagogisti o presunti esperti di sistemi d’istruzione) che dagli esiti delle
indagini PISA e similari deducono la necessità non di adeguare un sistema a
standard internazionali, per altro non sempre convincenti (si guardino con
attenzione, al riguardo, i testi dei quesiti PISA sui saperi scientifici nella
traduzione italiana) ma quello di riformare in toto lo stesso sistema, ritenendo la statistica più
forte della stratificazione temporale di un’organizzazione dell’istruzione che
non è parcellizzata come in molti altri paesi, per altro portati ad esempio, ma
al contrario da quasi un secolo persegue, con limiti, sicuramente rinvenibili,
legati ad una gerarchia delle conoscenze non più attuale e con la necessità di uscire da un certo
immobilismo metodologico, la formazione integrale della persona e del cittadino
e non solo l’acquisizione di qualche nozione in più o in meno, da dimostrare
allenandosi con gli strumenti di rilevazione in voga, salvo poi imprecare per
la citata «fuga dei cervelli», guarda caso formatisi all’interno di un sistema
d’istruzione-formazione di cui si dice tutto il male possibile.
Credo che chi opera
nella scuola deve stare molto in guardia dall’associarsi a simili posizioni con
le quali si rischia di buttar via con l’acqua anche il bambino e che, qualche
volta, la parola «conservatore» non è da disprezzare, così come alla parola
«riformatore» non sono sempre riconducibili significati positivi,
soprattutto, poi, se a tale parola sottende il rischio di omogeneizzare la
conoscenza in nome di concetti stravaganti quali globalizzazione
o concorrenza che, a seconda di chi li utilizza, sono orientabili in varie
direzioni e vengono spesso usati, insieme alle statistiche, per proporre
ricette per tutti i problemi della società contemporanea, spesso trasformando
la statistica nel golem
dei nostri tempi (vedasi, per fare un parallelo in altro campo, quanto succede
per la crescita economica).
Sono proprio i
numeri, le statistiche appunto, che «spesso responsabili di omogeneizzazioni
arbitrarie, altrettanto arbitrariamente ... sottolineano ed enfatizzano le
differenze, trasformando le minuzie in cose importanti e viceversa» costituiscono la clava con cui si vorrebbe
demolire l’impianto di fondo del nostro sistema d’istruzione, decretandone il
fallimento e attivando campagne di stampa denigratorie e task force, o
presunte tali, destinate a risolvere le acclarate carenze dei nostri studenti.
Con quali strumenti e
da chi, poi, le acclarate carenze siano rilevate è un problema secondario.
Forse con questionari dove si chiede che cosa scaturisca dalla combustione del
mais (vedi PISA sui saperi scientifici), anche se poi
nessuno si domanda come si fa ad essere tra i primi in quarta elementare e tra
gli ultimi tra i 14 e i 15 anni.
Almeno qualche dubbio sullo strumento di rilevazione dovrebbe
venire a chi ritiene la
statistica sufficiente misura di qualità per valutare, e spesso condannare, il
sistema d’istruzione-formazione. Ma no, sarebbe troppo
logico tutto ciò!
In realtà la complessità del processo educativo e le numerose
variabili che su di esso possono inferire non vengono
considerate da chi in nome di qualche quiz, più o meno costruito bene, decide
di dare pagelle ai differenti sistemi formativi.
Alla luce delle precedenti argomentazioni dovrebbe risultare evidente che la «fuga dei cervelli» non è da
valutare in senso così negativo come osservato in precedenza, anche se ciò può
apparire in apparente contrasto con quanto argomentato al punto 1.
Che i nostri giovani talenti - sembra siano parecchi, e se sono
giovani non si saranno certo formati decine di anni fa
- possano essere appetibili per altre organizzazioni sociali e economiche
dovrebbe essere, almeno per il sistema formativo del nostro paese, un vanto. O
la globalizzazione la si
accetta per intero o la si rifiuta tutta: non si può continuare a riempirsi la
bocca con tale termine per poi rifiutarne gli aspetti che ne costituiscono il
corollario logico (quale ad esempio la fuga dei cervelli che tendono ad
allocarsi laddove le condizioni economiche e sociali offerte sono più
vantaggiose). Invece spesso si assiste ad una sorta di invocazione
strumentale della parola «globalizzazione» cercando
di utilizzare di essa le connotazioni che possono far comodo a supporto di determinati
interessi e rifiutando o, peggio, fingendo di ignorare le altre connotazioni
che per altro non sono scindibili né nel
significato né nella realtà che con il termine si definisce.
Ancora una volta è il punto di vista a fare la differenza!
Bene, evitiamo diagnosi e prognosi infauste per il nostro
sistema d’istruzione e formazione e, pur consapevoli che di miglioramenti vi è
sicuramente bisogno anche nel nostro settore come per qualunque attività umana,
prendiamoci, come educatori e formatori, qualche soddisfazione. Una: è certo
che se la fuga dei cervelli è
negativa e da evitare per il
nostro sistema economico non è tale per il nostro sistema formativo.
Affinché non si pensi che le considerazioni che precedono siano il frutto di
una qualche beota illusione dello scrivente
vorrei sgombrare il campo da possibili equivoci. Sono perfettamente
consapevole della necessità di miglioramenti del nostro sistema di istruzione e formazione: da una maggiore diffusione della
cultura scientifica e tecnologica ad una
rivisitazione delle metodologie d’insegnamento in ottica di facilitazione
dell’apprendimento e di diffusione dell’utilizzo di didattiche laboratoriali.
Ma da qui a parlare di emergenza nazionale
ce ne corre!
Marco Parri
dirigente scolastico
presso l’ISIS «Federico Enriques»
di Castelfiorentino
marco.parri@istruzione.it
Note
P. Dacrema, La dittatura del PIL,
Padova, Marsilio, 2007, p. 93.