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Alfred Russell Wallace: l’altro uomo dell’evoluzione
Luigi D’Amico
damicoluigi@fastwebnet.it
docente di Scienze naturali presso il Liceo Scientifico Statale «Tito Lucrezio Caro» di Napoli

Introduzione

 

Nel maggio 2006, l’editore Bollati Boringhieri, ha pubblicato un volume del prof  Federico Focher, biologo molecolare, presso il C.N.R di Pavia, dal titolo: L’uomo che gettò nel panico Darwin.

Il volume è dedicato ad un naturalista di grande valore, esploratore, collezionista di esemplari esotici, studioso delle leggi che regolano la distribuzione degli animali nei diversi habitat, e fondatore della biogeografia. Il nome di Wallace è riportato nei libri di testo di biologia, sempre associato a quello di Charles Darwin e alla teoria dell’evoluzione. Egli, infatti, è colui che seguendo strade  diverse e utilizzando differenti punti di osservazione, era arrivato alle stesse conclusioni di Darwin nello studio dei meccanismi riguardanti l’evoluzione delle specie. Questo articolo, prendendo spunto dallo scritto di Federico Focher , nonché dal volume di due biologi messicani, Alfredo Bueno Hernández  e Jorge Llorente Bousquets, intitolato L’evoluzione di un evoluzionista, pubblicato dalla stessa casa editrice Bollati Boringhieri nel 2004, vuole ricordare le tappe salienti della vita e dell’opera di questo studioso di scienze naturali, nonché alcuni aspetti essenziali delle sue ricerche.

 

La vita e l’attività scientifica

 

Alfred Russell Wallace nasce l’8 gennaio 1823 ad  Usk (Monmoutshire) G.B., ottavo di nove figli.  A causa delle difficili condizioni economiche della famiglia, a tredici anni è costretto a lasciare la Grammar School di Hertford, paese in cui il padre si era trasferito. Nella sua autobiografia, pubblicata nel 1905, con il titolo My Life a Record of Events and Opinion, il giovane Wallace riferisce che sin da piccolo era stato attratto dalla natura, dalle diverse forme di viventi che popolavano  il territorio intorno alla sua casa. In particolare egli ritorna con la memoria alle ore liete passate ad osservare i pescatori che si caricavano sulle spalle le loro agili imbarcazioni di vimini, le coracles, con  le quali solcavano le limpide acque del fiume. Lo spettacolo delle varie specie di pesci guizzanti veloci nell’acqua, rimarrà sempre impresso nella sua mente di bambino. Dall’autunno del 1839, Wallace comincia a seguire il fratello  maggiore William nel suo lavoro di agrimensore nella cittadina di Herefordshire.

Questo tipo di attività gli è subito congeniale, in quanto gli permette di stare l’intera giornata a contatto con la natura, effettuando passeggiate solitarie fra le brughiere e le montagne.

L’esplorazione di zone che non conosce, gli consente anche di migliorare le sue nozioni di botanica che, come lui stesso ammette, nei suoi primi anni di lavoro erano assolutamente frammentarie. Nel periodo in cui  si stabilisce con il fratello nella città di Leicester, Wallace, fa  la conoscenza  di Henry Walter Bates (1825-1892), entomologo di grande fama ed esploratore. L’incontro sarà per lui determinante, e condizionerà tutta la sua attività professionale. Le collezioni di insetti di Bartes ed in special modo quelle di centinaia di specie diverse di coleotteri, lo sollecitano a porsi domande sulle ragioni di tanta varietà presente nel mondo biotico. La curiosità scientifica spinge i due naturalisti ad intraprendere il primo viaggio in Brasile, alla ricerca di esemplari esotici, di vertebrati ed invertebrati da poter poi vendere ad alcune istituzioni scientifiche inglesi, tra cui il British Museum. Essi si imbarcano da Liverpool il 20 aprile 1848,  per un viaggio che durerà quattro anni, fecondi di attività e di intense letture. In particolare Wallace legge in quel periodo il libro di Robert Chambers (1802-1871), Vestiges  of the Natural History of Creation, uno scritto sulla nascita di nuove specie di viventi che aveva procurato, alla sua uscita nel 1844, profonde critiche da parte dei bigotti  naturalisti vittoriani. Nel suo libro Chambers sosteneva l’idea che gli organismi si trasformavano nel tempo, criticando la visione religiosa di una creazione di esseri immodificabili. Le tesi di Chambers sono subito accettate da Wallace, il quale aveva oltretutto letto i Principi di geologia di Charles Lyell (1795-1875), libro fondamentale perché enunciava il principio dell’attualismo, secondo cui le forze che regolano i fenomeni geologici e biologici sono state sempre le stesse nei vari periodi della storia della terra; queste forze hanno solo operato in condizioni diverse, portando a differenti risultati, ma sempre perfettamente riconducibili a fenomeni naturali spiegabili con gli strumenti della scienza. Un altro libro che avrà molta influenza su Wallace, (in anni precedenti fonte d’ispirazione per Darwin), è il Saggio sul principio di popolazione, pubblicato nel 1798, di Thomas Robert Malthus (1766-1834). In questo saggio, come è noto, l’economista inglese poneva l’accento sul fatto che la popolazione umana cresce in ragione molto superiore  alle risorse alimentari disponibili, e questo ha come conseguenza che un certo numero di individui è destinato comunque a soccombere; solo i più forti, i più adattati a sostenere condizioni di disagio riescono a sopravvivere. Forte di tali convinzioni, il giovane naturalista affronta le faticose esplorazioni nelle impervie regioni dell’America meridionale, con la volontà di  trovare una risposta al problema  della nascita delle specie, e della loro trasformazione nel tempo. Lo studio che Wallace intraprende riguarda la distribuzione dei vari organismi nello spazio (geografico), oltre che nel tempo (studio dei primi fossili che in quegli anni cominciavano ad affiorare dalle rocce), e proprio questo approccio sarà determinante per la fondazione della biogeografia, disciplina trasversale che permette, partendo da dati oggettivi riguardanti il luogo di origine e di vita di una specie, di risalire  alle cause ed ai meccanismi che modificano, nel tempo, le forme e le funzioni della stessa specie in esame. Nel 1852 il naturalista inglese, in occasione di una riunione tenuta alla Zoological Society di Londra, conosce Thomas Huxley, medico e biologo, uomo di grande cultura che per tutta la vita professionale sarà uno strenue difensore di Darwin in tutte le occasioni nelle quale la teoria proposta dall’autore de L’origine delle specie verrà messa in discussione o ridicolizzata. Per questa sua strenua difesa Huxley è ricordato, nei testi di storia della scienza, come «il mastino di Darwin». Nel 1855, mentre si trova a Sarawak, nel Borneo,  Wallace pubblica un importante articolo che racchiude un po’ tutte le conoscenze che egli  ha acquisito nel corso della spedizione in America meridionale, e le nuove scoperte che sta effettuando nel Sud Est Asiatico. L’articolo, intitolato On the law which has regulated the introduction of new species, sarà poi ricordato come la legge di Sarawak. In questo scritto Wallace enuncia la  legge secondo la quale  specie strettamente affini si ritrovano quasi sempre in luoghi adiacenti  (stesso spazio), o nei medesimi siti geologici (stesso tempo); inoltre in

esso si puntualizza che ogni nuova specie si origina, necessariamente, da una specie affine preesistente. A questa relazione segue un saggio sulla distribuzione geografica delle diverse specie di scimmie presenti nella valle del Rio delle Amazzoni (per l’esattezza si trattava di 21 specie, sette con coda prensile e quattordici senza). Questi studi  rappresentano la base empirica su cui si fonderà il pensiero evoluzionistico di Wallace.

Ritornato dal Brasile prende parte attiva alla vita scientifica londinese, anche se il suo desiderio più grande sarà sempre quello di ritornare a viaggiare. Dopo l’America meridionale, come si è detto, il suo interesse si sposta verso  l’arcipelago malese, regione che, ad eccezione dell’isola di Giava, fino a quegli anni era quasi del tutto sconosciuta dal punto di vista naturalistico. Wallace parte per Singapore nel marzo del 1854, dove arriva il 20 aprile. Sono anni d’intenso lavoro. Raccoglie più di venticinquemila esemplari, studia la fauna delle varie isole e stabilisce quella linea di demarcazione biologica che sarà chiamata appunto Linea di Wallace. Studiando le specie presenti in quell’area, il naturalista inglese nota l’esistenza di una discontinuità marcata, tra gli animali presenti ad ovest e ad est di quella linea; ad ovest le specie esistenti sono quelle comuni all’Asia, come elefanti, tigri, leopardi, rinoceronti e lemuri; ad est si trovano invece quelle comuni alle isole dell’Oceania, come ad esempio i marsupiali. La linea corre lungo l’arcipelago malese, tra il  Borneo e l’isola di Celebes, e nel breve tratto di mare tra le isole di Bali e Lombok (stretto di Lombok) nell’arcipelago indonesiano delle isole della Sonda.

Le cause di tale asimmetrica distribuzione biologica vanno spiegate, secondo Wallace, considerando i particolari fenomeni geologici che si sono verificati al momento della formazione delle diverse isole in quel frastagliato arcipelago e ricorrendo a sicuri movimenti migratori delle diverse specie, in tempi diversi (flusso genico). Si tratta comunque di fenomeni avvenuti anche in altre parti del pianeta, ogni qual volta un territorio più o meno esteso è  rimasto isolato per lungo tempo dal resto del continente. Gli esempi non mancano e il naturalista inglese li riporta nei suoi scritti, a partire dalle differenze di specie presenti nel Madagascar, confrontate con il vicino continente africano, a quello delle isole Galapagos in riferimento al continente sud americano. Si tratta, come è facile intuire, dello stesso campo d’indagine che Charles Darwin stava affrontando da molti anni ed in maniera assolutamente autonoma ed indipendente dagli studi e le esplorazioni di Alfred Wallace. Uno studio approfondito del comportamento degli animali domestici e delle tecniche di  isolamento di  determinati caratteri messi in atto dagli allevatori (selezione artificiale) rappresenta per Wallace fonte di ulteriore ispirazione per i suoi studi. Mentre naviga a bordo del piroscafo che lo porta verso un’isola delle Molucche, Wallace così scrive all’amico Bates: «Il rapporto tra successione delle affinità e la distribuzione geografica di un gruppo, analizzato specie per specie, non è mai stato mostrato finora nel mondo nel modo in cui saremo capaci di fare noi»1. Arrivato nell’isola di Gilolo, nel febbraio del 1858, Wallace viene colpito da un attacco di febbri malariche. Dovendo restare per molto tempo a letto, rilegge convulsamente il lavoro di Malthus, Saggio sul principio di popolazione, già letto circa vent’anni prima. Ripensa a quell’espressione «freni positivi alla  crescita» che Malthus applica alla popolazione umana e in un attimo tutto gli è più chiaro, i tasselli vanno al loro posto. Di getto scrive una relazione in cui  si riconoscono i punti salienti della teoria evolutiva. Ecco alcuni passi di quel famoso articolo:

 

«Pensando a ciò che Malthus  dice, mi venne in mente che le stesse cause, o cause analoghe, agiscono in continuazione anche nel mondo animale, per cui, dato che gli animali di solito si riproducono molto più rapidamente dell’uomo, la loro distruzione, dovuta a tali cause (malattia, incidenti, e carestie), doveva essere ogni anno enorme se si voleva tener basso il numero di individui di ogni specie. È infatti evidente che essi non aumentano regolarmente di anno in anno ... Mi pongo allora la domanda: perché alcuni muoiono ed altri vivono? La risposta è che nel complesso sopravvivono i più adatti. Questo processo automatico doveva allora necessariamente migliorare la razza»3.

 

Wallace  in preda ad un’agitazione irrefrenabile ricopia l’articolo e lo invia a Darwin, allegando una lettera nella quale manifesta la speranza che l’idea  possa risultare  accattivante anche per lui, ed utile per giungere ad una spiegazione esauriente del modo in cui si originano le specie. Inoltre Wallace chiede, nella stessa lettera, di sottoporre quel suo scritto anche al giudizio di Charles Lyell, qualora Darwin ritenga che le idee espresse siano degne di considerazione.

L’articolo arriva a destinazione la mattina del 18 giugno 1858. Il titolo della comunicazione è On the Tendency of Varieties to Depart Indefinitely from the Original Type  (Sulla tendenza delle varietà a divergere indefinitivamente dal tipo originale). Lette le prime righe, Darwin capisce subito di trovarsi di fronte  ad una teoria identica alla sua. Wallace non usa mai il termine selezione naturale, non fa mai riferimento alla selezione sessuale, come possibile meccanismo evolutivo, non considera importante la selezione artificiale (quella operata dall’uomo sugli animali domestici) per spiegare quella naturale, ma tutto l’impianto è sicuramente riferibile alla teoria evolutiva su cui Darwin sta lavorando da anni. Dimostrando una onestà intellettuale fuori dal comune e una sincera ammirazione per il lavoro del collega, Darwin non ha dubbi:  quel saggio è valido e va pubblicato. Ma a questo punto cosa fare di tutto il lavoro di una vita?  I suoi appunti sull’origine delle specie e la selezione naturale  risalgono al 1837 quando egli ha cominciato a raccoglierli nei suoi Taccuini.

Essi sono la prova inconfutabile del fatto che quelle idee sono frutto del suo lavoro ben prima  delle osservazioni di Wallace e dei suoi viaggi esotici in giro per il mondo.  Del resto, amici fidati, quali il botanico Joseph Dalton Hooker (1817-1911), Charles Lyell, Thomas Huxley (1825-1895), erano a conoscenza del suo lavoro e potevano essere chiamati a testimoniare la sua buona fede. Darwin è confuso, ma invia lo stesso il manoscritto a Lyell, come richiesto da Wallace, accompagnando il saggio con queste parole: «Il vostro avvertimento che sarei stato preceduto si è rivelato oltremodo vero, non ho mai visto una coincidenza più impressionante; se Wallace avesse avuto il mio abbozzo di manoscritto redatto nel 1842, non avrebbe potuto farne riassunto migliore … Così tutta la mia originalità, qualunque essa, sia verrà fatta a pezzi...»2.

Arrivato a quel punto, Darwin sente che deve prendere una decisione, vincere le perplessità ed i timori che gli avevano impedito di pubblicare il suo libro e così scrive all’amico geologo: «sarei estremamente lieto, ora, di pubblicare, in una dozzina di pagine  o poco più, una sintesi di quelle che in generali sono le mie opinioni. Ma non riesco a convincermi di poterlo fare onorevolmente. … Sarei comunque disposto a bruciare tutto intero il mio libro piuttosto di essere tacciato da  Wallace o da chiunque altro di essermi comportato in modo scorretto» (da Focher, cit., pp. 134-135).

Gli amici Hooker e Lyell si rendono perfettamente conto che bisogna uscire da questa empasse e decidono che la cosa migliore è quella  di presentare una comunicazione comune presso la prestigiosa Linnean Society, riguardante il lavoro che entrambi i naturalisti, indipendentemente ed in tempi diversi, hanno realizzato sul tema dell’evoluzione. Darwin, pur tra mille scrupoli accetta la proposta, anche se i suoi pensieri in quei giorni di fine giugno del 1858 sono tutti per il piccolo Charles Waring, l’ultimo dei suoi figli di diciotto mesi, che sta morendo colpito da un’infezione di scarlattina, mentre sua figlia Henriette Emma si sta appena riprendendo dalla difterite. Darwin spedisce ad Hooker un estratto del suo lavoro del 1844, e precisamente una parte del capitolo intitolato On the Variation of Organic Beings in a State of Nature; on the Natural Means of Selection (Sulla variazione degli essere viventi allo stato naturale; sul concetto di selezione naturale).  I due inediti, quello di Wallace e di Darwin vengono presentati  il primo luglio 1858 alla Linnean Society, ma l’accoglienza da parte della prestigiosa scuola dei naturalisti è assolutamente tiepida. A fine anno, quando il presidente della fondazione  presenta l’annuale relazione sui lavori presentati egli così si esprime: «In verità, l’anno non è stato caratterizzato da nessuna di quelle singolari scoperte che per così dire rivoluzionano il settore della scienza al quale attengono»4. Intanto Wallace sta continuando, ignaro di tutto, il suo lavoro nell’arcipelago malese, quando gli arrivano le lettere di Darwin ed Hooker che lo mettono al corrente della presentazione della comunicazione alla Linnean Society. Nella sua autobiografia, il vecchio Wallace ricorda con affetto e stima la lettera che Darwin gli inviò con parole di  sincero apprezzamento per il suo lavoro: «Hooker e Darwin mi hanno onorato della loro alta considerazione, riconoscendo l’importanza del mio lavoro, ma tengo a precisare che i risultati raggiunti da Darwin hanno preceduto le mie osservazioni di almeno vent’anni. E mi fa piacere pensare che scrivendo quel mio articolo e mandandolo a Darwin sono stato lo strumento inconsapevole che spinse Charles a pubblicare la sua grande opera L’origine delle specie, nel novembre del 1859» (Wallace A.R., My  Life, a Record of Events and Opinions, London, Chapman & Hall, 2000).

Nel febbraio del 1908, la Linnean Society decise di  ricordare il cinquantesimo anniversario di quella presentazione congiunta dei due naturalisti, così ingiustamente bistrattata in quel lontano luglio del 1858. La Celebrazione Giubilare si concluse con il dono di una medaglia al vecchio Wallace, ormai  ottantacinquenne, recante le effigi dei due grandi protagonisti della teoria evolutiva. 

In quell’occasione Wallace pronuncia un discorso in cui ribadisce in modo chiaro e con una onestà fuori del comune che il vero padre dell’evoluzione deve essere considerato Charles Darwin. Ecco alcuni passi del suo intervento: «L’unico fatto che mi associa a Darwin è che l’idea di ciò che oggi chiamiamo “selezione naturale” o “sopravvivenza del più adatto” ci venne in mente (si formò in noi)  indipendentemente ed in tempi ben diversi ... Quello che viene spesso dimenticato dalla stampa e dal pubblico è che tale idea venne a Charles già nel 1838 e che durante tutti questi anni egli ha continuato a raccogliere dati e prove … Nel 1844, un tempo nel quale io a malapena pensavo di dedicarmi seriamente allo studio della natura, Darwin aveva già scritto un abbozzo della sua idea che in seguito comunicherà agli amici più cari ... Quale diversità tra la mia condotta e questo lungo studio, questa profonda preparazione, questa cautela del filosofo ... A me l’idea venne come un’improvvisa illuminazione, ci riflettei su qualche ora  e poi la buttai giù sulla carta, il tutto in una settimana. Io fui allora il giovanotto frettoloso, lui invece il coscienzioso e paziente studioso che cerca sempre la perfetta dimostrazione della verità scoperta, piuttosto che rincorrere l’immediata fama personale»5.

 

Qualche ombra sull’operato di Wallace

 

La personalità di Wallace è ben delineata, oltre che dalla sua autobiografia, dalle numerose testimonianze ricavabili dalle cronache del tempo ed in particolare dai resoconti delle attività scientifiche che lo hanno visto protagonista per oltre sessanta anni di attività. C’è poi un ricordo particolare dei figli William e Violet, che dopo la morte del vecchio padre riportano le tappe  salienti della lunga vita di Alfred Wallace. Il quadro che ne emerge è quello di un uomo integerrimo, sempre attivo, pieno di risorse, capace di interessarsi a tutto ciò che riguarda la natura ma anche in grado di provvedere a compiti diversi da quelli consoni ad un naturalista. Quasi ottantenne, Wallace  dà un notevole contributo alla costruzione della sua ultima casa che battezza Old Orchard, perché situata vicino ad un frutteto abbandonato. Il suo impegno di studioso sensibile lo porta ad affrontare anche il problema dell’eccessivo sfruttamento delle risorse da parte dell’uomo e dei pericoli che in quegli anni si cominciavano ad intravedere, di un possibile inquinamento dell’aria, delle acque e del suolo. C’è poi un aspetto  della sua attività  di scienziato che ha lasciato qualche dubbio e non poche perplessità, in coloro che si sono interessati della sua vita. Si tratta della campagna che egli fa contro la proposta delle autorità sanitarie inglesi di rendere obbligatoria la vaccinazione antivaiolosa. Questa posizione negativa è stata considerata da  alcuni oscurantista ed irrazionale, ma la realtà è ben diversa. Wallace si oppone a  quella campagna, a ragion veduta e non per un oscuro pregiudizio. Nel 1885, dopo aver raccolto una nutrita messe di dati, scrive un breve pamphlet dal titolo: Quarantacinque anni di registrazione statistica provano che la vaccinazione antivaiolosa è inutile e dannosa. Si tratta di una presa di posizione forte ma  razionale, in quanto Wallace ha registrato i molti casi di morte o di malattia grave, dopo la somministrazione del vaccino. Il suo è un richiamo polemico e provocatorio contro una pratica medica che non rispetta i più elementari canoni di igiene ed utilizza un vaccino ancora poco sicuro. Un altro aspetto della vita di Wallace è stato molto criticato. Si tratta, in questo caso, della sua propensione a credere nella possibilità di entrare in contatto con la vita ultraterrena. Fin da giovane egli partecipa a sedute spiritiche, credendo che i morti possano mettersi in contatto con i vivi con modalità diverse, ma tutte assolutamente attendibili. Questo sarà un punto di contrasto forte con lo stesso Darwin il quale, in più di un’occasione, non esiterà a muovergli delle critiche anche forti e senza appello. Legato a questa visione spiritualistica dell’uomo c’è infine da ricordare il vero punto di disaccordo netto che  separa Darwin da Wallace. Si tratta del posto da assegnare all’uomo nella scala della natura e, più in particolare, dell’annoso problema se applicare anche all’uomo lo stesso meccanismo di selezione naturale che entrambi i naturalisti avevano accettato per gli animali. Nella primavera del 1869 Darwin apprende che Wallace sta affrontando il problema dell’origine dell’uomo e che intende riservargli un posto privilegiato, considerandolo non vincolato alle leggi che regolano

l’origine delle altre specie animali. Allarmato scrive allora all’amico: «spero che non abbiate assassinato del tutto la mia e vostra creatura». Ma l’apostasia di Wallace si rende del tutto palese quando  egli rende pubbliche le sue idee in una recensione  che  aveva preparato per la nuova edizione del libro di Lyell, Principi di geologia. Alcune frasi di questo scritto fanno gridare allo scandalo il compassato autore dell’Origine delle specie. Qui si riporta un breve passo di Wallace:  «Se da un lato si ammette senza riserve l’azione delle stesse grandi leggi dello sviluppo organico nell’origine delle razze umane, come nell’origine di tutti gli esseri organizzati, dall’altro appare evidente che esiste un Potere che ha guidato l’attività di tali leggi in una precisa direzione e con uno specifico scopo»6.   Leggendolo, Darwin non manca di disseminare i margini  delle pagine con numerosi punti esclamativi e di «NO», sottolineati tre volte! (da Desmond-Moore, Darwin, Torino, Bollati Boringhieri, 1992).  A margine di un foglio egli scrive con scrittura nervosa: «Non capisco la necessità di tirare in ballo un’ulteriore e diretta causa riguardo all’uomo!». Quando infine dopo qualche anno arrivano a Down House (casa Darwin) le bozze del volume di Wallace,  The Limits of Selection as Applied to Man (I limiti della selezione applicati all’uomo), la frattura tra i due è completa. La risposta di Darwin è piena di rammarico  e tristezza: «Riguardo all’origine dell’uomo piango: voi scrivete da naturalista che ha subito una metamorfosi in direzione retrograda.  Il vostro sconsolato Darwin». 

 

Conclusioni

 

La sintetica ricostruzione della vita e dell’attività di Alfred Russell Wallace serve a puntualizzare ciò che spesso sfugge ad uno studio distratto o troppo affrettato della scienza: l’aspetto umano dell’avventura scientifica. Dietro ad una scoperta, o ad una nuova teoria, ci sono  gli uomini, con i loro sentimenti, le loro incertezze, i loro errori e i loro successi. Nel caso specifico si resta impressionati, leggendo il susseguirsi  delle tappe che hanno portato i due naturalisti a formulare la teoria della selezione naturale, colpiti dalla correttezza di questi due grandi uomini, dalla loro statura morale e dalla onestà intellettuale che li contraddistingue. A questo proposito è da ricordare che, nonostante alcune divergenze di vedute e qualche piccola ombra, ci fu sempre reciproca stima tra i due grandi studiosi della natura, ed il loro rapporto fu sempre schietto, privo di qualsiasi infingimento. Darwin e gli amici più intimi dimostrarono la loro profonda amicizia a Wallace, adoperandosi, presso le autorità britanniche, perché gli venisse assegnato un vitalizio di duecento sterline, a partire dal 1881, considerando le sue precarie condizioni economiche. Il rapporto tra i due naturalisti trasmette un messaggio forte che ha una sicura valenza pedagogica, perché mette in risalto valori fondamentali, quali la correttezza e l’onestà, la laboriosità e l’impegno, doti indispensabili per chi vuole avvicinarsi al mondo della ricerca. Un altro punto cruciale del rapporto tra i due protagonisti di questa storia, è il modo in cui essi considerano l’uomo. Fino a quando l’evoluzione tratta degli altri esseri viventi, allora tutto si può accettare, ogni teoria può essere plausibile, e discutibile. Ma quando si passa all’uomo, tutto diventa più complicato, e ben lo sa Darwin, che scrive L’origine dell’uomo e la scelta sessuale solo nel 1871, ben 12 anni dopo la pubblicazione del suo libro più famoso. Inutile ricordare quante critiche e derisioni  suscita quello scritto i cui echi non si sono  ancora spenti, dopo oltre un secolo. Il momento di rottura tra i due protagonisti sarà proprio provocato dalla diversa visione che Darwin e Wallace hanno dell’evoluzione umana; il primo assolutamente convinto che l’uomo è sottoposto alle stesse regole di selezione che valgono per gli animali, in una visione completamente sganciata da ogni pretesa metafisica e teleonomica (questo atteggiamento sarà poi sostenuto con vigore dall’amico Thomas Huxley, nel suo famoso libro Il posto dell’uomo nella natura); il secondo persuaso invece che per l’evoluzione umana debba intervenire una forza esterna, una potenza  superiore che guida e dirige il preferenziale percorso evolutivo dell’Homo sapiens. Argomenti, come si vede, sempre attuali che richiamano dibattiti e controverse teorie (vedi quella dell’Intelligent Design), che cercano di colmare le inevitabili lacune di conoscenze della scienza introducendo forze esterne al mondo naturale. Sulla particolare posizione dell’uomo nella natura si continuerà a discutere, ma gli evoluzionisti convinti sono molto più vicini al pensiero di Darwin che a quello di Wallace. Restano le posizioni fideistiche delle singole coscienze, ma questo è un altro discorso che interessa un campo non commensurabile con la scienza.

 

 

«L’evoluzione è talmente  piena di disfunzioni, sprechi, crudeltà, che sarebbe sacrilego

       attribuirla ad un essere dotato d’intelligenza superiore, saggezza, e benevolenza».

 

Francisco Ayala,

Le ragioni dell’evoluzione,

Roma, Di Renzo, 2005

 

 

 

 

 

Luigi D’Amico

docente di Scienze naturali

presso il Liceo Scientifico Statale

«Tito Lucrezio Caro» di Napoli

damicoluigi@fastwebnet.it

 

Bibliografia

 

Ayala F., Le ragioni dell’evoluzione, Roma, Di Renzo, 2005

Bueno Hernandez A., Llorente Bousquets J., L’evoluzione di un evoluzionista, Torino, Bollati Boringhieri, 2004

Darwin C., L’origine delle specie, Torino, Bollati Boringhieri, 1967

Focher F., L’uomo che gettò nel panico Darwin, Torino, Bollati Boringhieri, 2006

Malthus, T.R. Primo saggio sulla popolazione, Roma, Laterza, 1976

Mayer E., Storia del pensiero biologico, Torino, Bollati Boringhieri, 1990

Le Scienze, I grandi della scienza: Darwin, a cura di Continenza B., Anno I, n°4, ottobre 1998

 

Note

 

[1] Focher F., L’uomo che gettò nel panico Darwin, Torino, Bollati Boringhieri, 2006, p. 59.

2 Focher, op. cit., pp. 59-60.

3 Darwin C., Autobiografia, Torino, Einaudi, 1962, p. 103.

4 Mayer E., Storia del pensiero biologico, Torino, Bollati Boringhieri, 1990,  p. 369.

5 da Focher, op. cit., pp. 136-138.

6 Wallace, recensione alla seconda edizione dei Principi di geologia di Lyell,1869, p. 393.







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